Il pacifismo non ideologico nelle lettere all'amico poeta

Era per il disarmo totale. Non fu sostenuto né dal Pci né dai colleghi. Un impegno (attualissimo) da Nobel

Oggi tanti ricordano e leggono il Carlo Cassola narratore. Pochi o nessuno hanno presente il Cassola impegnato, l'intellettuale militante anti-militarista. Il Cassola più spigoloso, che meno lisciava il pelo alle coscienze: il Cassola che combatteva - pacificamente ma instancabilmente - perché l'umanità, a partire dall'Italia, rinnegasse il concetto stesso di guerra, e abbandonasse la corsa agli armamenti, per aderire in senso globale alla pace. È il Cassola che dalla fine degli anni Settanta organizza - con appelli, convegni, scritti - una pesante campagna per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema degli armamenti, fondando anche una «Lega per il Disarmo». La letteratura, a Cassola, non è mai bastata.

Ed ecco ora un buon modo per ricordare quel Cassola. Lo fa il poeta Angelo Gaccione - tra i più vicini all'autore de Il taglio del bosco nella sua appassionata campagna pacifista - il quale ha raccolto un gruppo di lettere inviatogli in quegli anni dall'amico romanziere nel volume Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Angelo Gaccione 1977-1984 (Tra le righe libri, pagg. 266, euro 18; a cura di Federico Migliorati). Un libro che ci fa capire almeno un paio di cose. La prima è che la cultura italiana in quel momento perse un'occasione irripetibile, quella di candidare Cassola al premio Nobel per la Pace: come nota il destinatario delle lettere inedite (una delle quali pubblichiamo in questa pagina), nessuno più di lui l'avrebbe meritato. Se si rileggono gli scritti antimilitaristi che Cassola pubblicò su fogli periferici come L'Asino (i giornaloni rifiutavano quel tipo di articoli...) ci si rende conto dell'attualità del messaggio e della sua straordinaria passione civile. La seconda è che lo scrittore nella sua personale battaglia incontrò solo avversione, ostilità, isolamento. Con rare eccezioni (alla Lega aderirono David Maria Turoldo, Cesare Musatti, Ernesto Treccani, già Sciascia e Moravia seguivano l'amico Carlo con simpatia ma non firmarono mai un suo appello), l'atteggiamento della cultura italiana fu di completo disinteresse. Gli intellettuali organici al Pci erano pacifisti solo a chiacchiere. Obbedivano al Partito, e il Partito era contro il militarismo degli Usa e i missili a Cosimo, ma certo non contro quello dell'Urss. Come rispose Cassola in un'intervista su La Nazione, nel gennaio 1978, dopo aver vinto il premio Bagutta: «Nella battaglia che conduco da anni ho avuto molte delusioni dagli ambienti intellettuali, proprio dove credevo di trovare maggiore appoggio. Non mi meraviglio: perché chi è già indottrinato fatica a modificare le proprie impostazioni ideologiche. La gente comune, invece, è stata più pronta a capire». Non fu un caso, fa notare Vincenzo Pardini nell'introduzione al volume, che la freddezza delle élite portasse lo scrittore romano a vedere la natura e la società sotto nuovi aspetti, avvicinandolo piuttosto alla vita degli animali. I quali, diceva, «parlano un linguaggio più universale degli uomini». E così vennero L'uomo e il cane, Il paradiso degli animali, La morale del branco. Al quale, culturalmente parlando, Cassola non appartenne mai.