Il paese immaginario di Andrea Bajani è lo specchio dell'esistenza

Luca Doninelli

Una topografia minimale (un piccolo paese, una chiesa, una montagna, dei boschi, un confine, una ferrovia, un quartiere degradato che sta oltre la ferrovia), un lessico minimale, con un frasario che fonda la sua scommessa sulla reiterazione.

È questo l'universo di Un bene al mondo (Einaudi, pagg. 134, euro 16,50), il nuovo romanzo, o post-romanzo, di Andrea Bajani. Il mondo (spazio e tempo) è la ripetizione periodica, la moltiplicazione nelle quattro dimensioni di quel minuscolo paese. Un mondo che si specchia e poi si frantuma in una lingua, che a sua volta va lentamente in frantumi davanti al mondo. Una ferrovia divide una parte nord del paese - benestante e legittimata ma anche triste - da un sud clandestino e fuorilegge, tragico ma anche musicale. In questo procedere verso la frantumazione pubblica e privata, nel mezzo, ecco un bambino, solitario con il suo dolore solitario. A lui toccherà in sorte di raccontare i frantumi del mondo, non per riaggiustarlo (impossibile) ma perché nel racconto un istante può prolungarsi all'infinito, lo sfacelo rendersi visibile nei suoi elementi, essere conservato. Questo bambino è uno scrittore, e quello che fa si chiama letteratura: un espediente, forse un trucco che però rende la vita migliore, la Terra più abitabile.

Andrea Bajani non è un narratore puro. Non appartiene alla razza di coloro che spendono giorni e settimane su un aggettivo. Bajani non sembra interessato al senso letterale di una storia, ai fatti, all'imprevedibilità dei casi: anzi li toglie, li scrosta, come fece Viollet-le-Duc a Parigi e a Vézelay. In questo libro, l'autore usa prevalentemente il tempo imperfetto, che tutti i narratori puri, cultori dell'Evento Unico e Irripetibile, detestano in cuor loro.

La parabola narrata è semplice e poetica. Un bambino in un piccolo paese, situazione familiare infelice e oscura, solitudine, poi l'incontro con una bambina che vive oltre la ferrovia e la cui biografia è apparentemente molto diversa dalla sua. Poi la fuga dal paese, la perdita dell'infanzia (bambina inclusa), la nascita di uno scrittore. La scelta di ridurre al minimo gli elementi narrativi è a mio parere il correlativo dello sconcertante sparpagliamento degli stessi, come se ci si trovasse nel day after di un'esplosione che ha ridotto in frantumi l'idea stessa di «testo». In queste pagine troviamo Cappuccetto Rosso, la Bibbia (senza dubbio Genesi ed Ezechiele, forse San Paolo ai Galati), la cronaca nera, i fumetti, il fantasy (qualcosa ci arriva da La storia infinita), i videoclip (ho pensato più volte al video di Paranoid Android dei Radiohead), insomma la pazza vita e l'ancor più pazza sua rappresentazione.

Qui Bajani ha la migliore idea (che un narratore puro aborrirebbe come il demonio). Nel paese in cui vive questo bambino, che è tutti i paesi del mondo, non ci sono cani. Ci sono gatti - intermediari tra il mondo dei vivi e quello dei morti - ma non cani. La ragione è che Bajani ha tolto la parola «cane» e l'ha sostituita con un'altra parola. Poteva usare tutte le parole del mondo, «banana», «Kilimangiaro», «totem», «torta di mele»... In un'operazione linguistica così semplice (fino all'apparente banalità) e così vertiginosa, bisognava scegliere la parola giusta, che contenesse in qualche modo tutto il vocabolario umano. Secondo me l'alternativa era tra «desiderio» e «dolore», e Bajani ha scelto quest'ultima.

All'origine della letteratura c'è questa cosa strana: che ognuno ha il suo dolore, e questo è il suo bene, il bene che ha da dare al mondo. Talvolta ci tocca constatare che qualcuno non ha più il suo dolore, che gli è stato ucciso o rubato, altre volte ci tocca portare quello degli altri, che gli altri non riescono a portare, e che il più delle volte non vorremmo portare perché non ci appartiene, è duro e incomprensibile.

Il libro, va da sé, può anche dare adito a perplessità con il suo eccesso di simbolismo, il suo lessico minimalista e il finale caotico (che però forse è anche la parte più bella). Ma la discutibilità delle scelte estetiche è a mio parere un pregio e non un difetto. Ho sempre pensato che gli autori contino meno delle loro opere, ma questo forse non è vero per Andrea Bajani. Tutta la sua scrittura è cava, come una conchiglia, perché prima di essere un eccellente scrittore Andrea Bajani è un formidabile ascoltatore, una specie di Alëa Karamazov dei nostri giorni. Come Alëa, infatti, Bajani (che è a suo modo uno scrittore religioso, nel senso in cui Stravinsky lo diceva di Paul Valéry) non cerca di raccontare una vita e un mondo in pezzi, non fa risorgere il Romanzo (come ho provato a fare io): conserva quei pezzi, e li ascolta, finché questi non ricominciano, timidamente, a parlare, uno alla volta. Questa attitudine silenziosa, così rara, così unica, è ciò che amo di più in questo scrittore.