Palazzo, studio e tinello. È nella casa dello scrittore che abita la sua fantasia

Mauro Novelli compie un "Viaggio" in 40 residenze d'autore, da Petrarca a Manzoni

La casa in collina, La casa della vita, Fuori di casa, La casa ispirata, e persino Casa come me... A proposito, Malaparte: per ottenere i permessi di costruzione della sua villa caprese su uno sperone di Capo Massullo - un parallelepipedo che si incunea nell'acqua, «una nave omerica finita a secco» - lo scrittore sfruttò i buoni uffici dell'allora potentissimo ministro Galeazzo Ciano, siamo alla fine degli anni Trenta. La scalinata triangolare, il lungo terrazzo, gli interni originalissimi, le finestre-cornici, la modernità razionalista che si fonde nell'ambiente naturale e viceversa. Il cervello e la carne. La villa è l'autoritratto in pietra dello scrittore. Eccola: «Casa come me».

Quante case nella letteratura italiana. Sfrontate e sfuggenti come villa Malaparte. Rigorose e austere come casa Manzoni. Solide e sincere, come il casone della Bassa di Giovannino Guareschi. Scarne e (anti)borghesi come il salotto romano di Alberto Moravia. Strampalate e foriere di dolori, come il «fottuto» casone squadrato della famiglia Gadda, a Longone...

Si potrebbe raccontare la storia della letteratura italiana attraverso le case dei nostri scrittori. Che è esattamente ciò che fa Mauro Novelli - giovane italianista di classiche letture e, non incidentalmente, ai vertici del direttivo di «Casa Manzoni» a Milano - con un «Viaggio nelle case dei grandi scrittori italiani» che costituisce il sottotitolo del suo La finestra di Leopardi (Feltrinelli): un po' meno del saggio accademico, molto più di una semplice guida. È una ricerca nella realtà (dentro ville eleganti, palazzi nobiliari, appartamentini poco più che dignitosi, castelli arroccati, persino prigioni: Casanova, Pellico...) delle impronte della fantasia (drammi, romanzi, racconti) dopo aver cercato nella fantasia - le loro opere - le impronte della realtà. Ossia ciò che gli scrittori hanno visto dalle loro finestre (l'interno della casa di Silvia che si intravede dal palazzo di famiglia dei Leopardi), sentito dalle loro stanze (il profumo d'acqua dolce dei laghisti: Piero Chiara, o Filippo Tommaso Marinetti che morì passando da Bellagio), o accumulato tutt'intorno a loro: la collezione di civette portafortuna di marmo, vetro e pietra raccolta da Giovanni Arpino nel grande appartamento di Bra, o i mille oggetti d'arte e di vita che «costruiscono» il Vittoriale di Gabriele D'Annunzio.

Traslocando lungo 194 pagine in una quarantina di case d'autore, dalla casetta d'Arquà di Petrarca alla villa «Il Meleto» di Guido Gozzano, Mauro Novelli - curioso flâneur letterario - lo spiega benissimo. La distanza umana e poetica (ma è solo un esempio) tra Lalla Romano e Alda Merini sta già tutta nella differenza tra la mobilia, i dischi e i quadri di Casorati che arredano il salotto alto-borghese della prima e il bric-à-brac che affolla la casa sui Navigli della seconda: ventilatori di plastica, peluche e carabattole fosforescenti... Case come loro, appunto. Pensiamo a due giganti del Novecento: Pirandello e D'Annunzio. La palazzina di via Bosio a Roma, dove morì il primo, grigia e decorosa, è l'esatto opposto del monumento in cui si rinchiuse il secondo, sul Garda. I due, non a caso, si mal sopportavano. «Tutte le cloache d'Italia sfociano a Gardone», scrisse il premio Nobel in una lettera all'amata Marta Abba.

Le case possiedono un'ineguagliabile capacità narrativa. Quelle degli scrittori - «Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo» - ancora di più. Basta farle parlare. Quanti aspetti del carattere del suo proprietario racconta la casa colonica nella campagna trevigiana (oggi un'anonima villetta benestante) di Giovanni Comisso: nel 1930, appena rientrato dal suo più lungo viaggio in estremo Oriente, realizzò il suo sogno acquistando un podere e, trasgredendo il mestiere di giornalista che l'aveva portato in giro per il mondo, si trasformò in piccolo proprietario terriero, affidando sentimenti e autobiografia a uno dei suoi libri più belli, La mia casa di campagna (e del resto Goffredo Parise dopo aver abitato una quarantina di case ristrutturò un fienile a Salgareda, a pochi metri dal Piave...). E quante future passioni e ossessioni racconta la stanzetta al primo piano di casa Colussi, a Casarsa, in Friuli, che dividevano i fratelli Guido e Pier Paolo Pasolini - il primo destinato a essere ucciso dai partigiani rossi, il secondo divorato dai segreti di un grande buco nero - durante le vacanze dell'adolescenza: le pareti sono ancora oggi dipinte con strisce rossoblù, i colori della squadra di Bologna, dove il poeta era nato, e sul muro c'è la fotografia di lui ragazzino accigliato con la divisa della Pro Casarsa. Accanto, qualcuno ha messo quella di lui maturo coi calzoncini corti insieme alla troupe del film Salò che nel marzo 1975 ingaggiò una memorabile sfida con quella di Novecento... Letteratura come vita e vita che va oltre la letteratura. Del resto solo dentro un anonimo villino, in un grigio quartiere torinese, uno scrittore sempre in difficoltà finanziarie poteva fantasticare su foreste del Borneo, arrembaggi di pirati malesi e avventure fra i ghiacci del Polo. La beffa del destino e gli scherzi dell'edilizia hanno poi voluto che accanto alla casa di Emilio Salgari, al numero 205 di corso Casale, oggi sfavillino le insegne di una banca e di un'agenzia di viaggi.