Panahi mostra le contraddizioni dell'Iran

L'indagine poetica di "Tre volti" si scontra con la retorica di "Le figlie del sole"

da Cannes

È una nazione piena di paradossi e/o contraddizioni l'Iran. Non è araba, la sua lingua è il farsi, ma nei paesi di montagna del nord ovest gli anziani parlano turco. L'età media della sua popolazione è sotto i trent'anni, c'è una buona scolarizzazione, la maggioranza degli studenti universitari è di sesso femminile, ma il ruolo e il peso delle donne è ininfluente rispetto a quello maschile. Gli attori, e soprattutto le attrici, godono di grandissima popolarità cinematografico-televisiva, ma le giovani che vogliono abbracciare questo mestiere si scontrano troppo spesso con le resistenze della famiglia. Per girare un film occorre un'autorizzazione governativa, può succedere che su un regista possa cadere il divieto di farne, e però poi gli si permette lo stesso di continuare nel suo lavoro, anche se ufficialmente quelle pellicole non esistono

Da questi paradossi e/o contraddizioni, Jafar Panahi ha tratto ispirazione e Se Rock, ossia Tre volti, ieri in concorso, ne è il risultato: asciutto, poetico, coinvolgente.

Panhai è la persona più indicata per un'impresa del genere, visto che l'interdizione alla professione, e il non tenerne conto, dal 2010 lo riguarda personalmente. Questa ostinazione a difendere, nonostante tutto, le proprie scelte, lo mette anche nella condizione di capire meglio i desideri e le speranze di chi non si rassegna.

Ispirato a una storia vera di cronaca, Tre volti racconta di un'attrice celebre, Jafari Behnaz, che riceve un messaggio video disperato inviatole da una ragazza della regione di Tabriz. E' una sua ammiratrice, vorrebbe anche lei fare quel mestiere, ma genitori e parenti sono contrari: preferisce uccidersi piuttosto che cedere

Preoccupata, Jafari chiede proprio a Panhai di aiutarla a capire se è davvero un grido d'aiuto o una montatura e insieme i due partono in macchina, un viaggio nel cuore montuoso dell'Iran. I tre volti del titolo rimandano a tre generazioni di attrici, quella ancora dei tempi dello Scià, messa in seguito al bando, l'attuale, di cui Jafari è appunto un campione, quella futura per la quale agli ostacoli familiari si aggiungono le strettoie di un accesso alla professione strettamente controllato dall'alto.

Fra tradizionalismo, culto della virilità, saggezza e furbizia femminile il film difende con delicatezza e ironia il diritto individuale a scegliere la propria strada e, senza strepiti, si candida come il più «politico» fra quelli finora visti.

L'esatto contrario, viene da dire, di Les filles du soleil, ossia Le figlie del sole, di Eve Husson, anch'esso in concorso, storia di un battaglione femminile kurdo impegnato nella lotta contro l'Isis nel nord dell'Iraq. Ispirato ad avvenimenti realmente accaduti, il massacro degli Yézidi del 2014, il film è purtroppo retorico, come spesso accade quando fra i protagonisti c'è anche un giornalista con annessa ansia di verità. L'eroina curda è più credibile come modella che come guerriera.