Paolo Maurensig e il demone della Letteratura

Luigi Mascheroni

A pensarci bene, tra il diavolo e un editore non c'è molta differenza. Per entrambi si tratta di «far emergere da ciascuno quanto di peggio si cela nel suo animo». Nel caso del diavolo l'atto malefico è noto. Nel caso dell'editore consiste nel tirar fuori dall'aspirante autore - dietro lauta illusione della fama - l'intero spettro della cattiveria umana. La vanità, prima di

tutto. Dalla quale conseguono invidia, gelosia, narcisismo, disonestà intellettuale... Mai qualcosa di così buono, come la Letteratura, ha generato così tanto Male. «La letteratura era opera del diavolo, o meglio, era la sua arma preferita», scrive Maurensig. Una sentenza biblica.

Biblico, obliquo fra thriller, genere fantastico e leggenda, il nuovo romanzo di Paolo Maurensig Il diavolo nel cassetto (Einaudi) è una disturbante riflessione in forma narrativa sul lato oscuro della scrittura. Scrivere è un atto magico, sacro, misterioso. «Tutte le volte che si prende una penna in mano ci si accinge a officiare un rito per il quale andrebbero accese sempre due candele: una bianca e una nera».

Nero l'inchiostro, bianca la pagina, Il diavolo nel cassetto narra, ambientata oggi, una storia antica. In un villaggio da cartolina, stretto in una vallata svizzera dove tanto tempo fa Johann Wolfgang Goethe trascorse una notte (così si tramanda), tutti gli abitanti, dal borgomastro al vecchio parroco, sono toccate dal demone della scrittura. Chi si sente poeta, chi romanziere, chi memorialista, chi filosofo. Tutti hanno il loro diavolo di manoscritto nel cassetto, tutti vogliono pubblicare. Fino a quando nel paesino arriva - le diable boiteux - un sedicente editore, pronto a lusingare chiunque, pubblicando qualsiasi testo. Lui cerca talenti. Tutti cercano lui. Ma le cose non sono così semplici.

E neppure la struttura del romanzo lo è. Paolo Maurensing, l'Autore, esperto di varianti e di canoni, mette in scena un Narratore (uno scrittore di una certa notorietà) che, riordinando lo studio, trova il consueto dattiloscritto, anonimo, intitolato «Il diavolo nel cassetto», che racconta la storia di un consulente editoriale («lo chiamerò Friedrich...») il quale a sua volta incontra un prete, ormai anziano, che in una lunga notte gli racconta una storia. Quella che travolse il paesino in cui giunse, da giovane, come vicario del parroco, e dove tutti i cittadini ambivano segretamente a pubblicare un libro... Ed è qui che arriva il diavolo. Del resto «la società letteraria è il suo luogo ideale. Non solo perché la letteratura è l'ultimo lembo del sapere che gli riconosceva ancora una certa credibilità, ma anche perché è il luogo dove ogni vanagloria, alimentata dall'invidia, cresce a dismisura, dove anche il più banale dei pensieri - purché sia impresso a caratteri tipografici - viene accettato come verità assoluta». Sembra una favola nera di ieri. E invece, apologo terribile sulla cattiveria intellettuale, è storia triste di sempre. Anche di oggi.