Pasolini, da icona rivoluzionaria a musa "fashion" da passerelle

Bermuda e camicie floreali: a Pitti Uomo due stilisti s'ispirano al look dello scrittore. Che diventa pop come Marilyn e il "Che"

PPP che emerge dai muri gialli di Roma, le spalle atletiche scolpite sui murales di Trastevere. Il cantore delle lucciole sparite e dei celerini figli del popolo, che scala una montagna di monnezza, il cappottino smilzo a svolazzare intorno a gambe muscolose da calciatore: quante volte Blob ha rimandato quest'immagine al rallentatore, in tivù? E, ancora, i grandi occhiali neri di tendenza, immortalati sui poster del film con Massimo Ranieri e i fumetti colorati anni Settanta dedicati a Pier Paolo Pasolini. Gli esempi di stile non mancano nella ricezione contemporanea della figura pasoliniana, intorno alla quale si scannano gli esegeti del complottismo, Walter Veltroni in testa, tenendo in piedi se stessi e un mito intellettuale che non deve morire. Però da Pitti Uomo, tradizionale fiera fiorentina del maschio bello e sartoriale, appena terminata, arriva un segnale chiaro e forte: PPP è accattivante icona pop e fashion, più che vessillo d'una intellettualità arrabbiata e vilipesa dal consumismo. Una Marilyn Monroe al maschile nella sua persona, come in quella di Norma Jean, abbondano elementi sexy: dagli zigomi alti alla figura ben disegnata, alla febbre di sesso dipinta negli occhi inquieti e sulle labbra voraci -, che lo stilista siciliano Fausto Puglisi ha mandato in passerella a Pitti Immagine Uomo. Citando apertamente, come fonte d'ispirazione per bermuda informali e camicie floreali, o a piccole losanghe nere, aperte sul petto peloso come le portava PPP, lo scrittore morto nel 1975.

Pasolini, dunque, il marxista che i post-marxisti dichiarati a stento leggono, ma molto citano, subisce la stessa metamorfosi che altre icone, partite come rivoluzionarie e finite pop, hanno subito. Basti pensare a Che Guevara, anch'egli fisicamente attraente e dunque subito fagocitato dal mercato delle magliette, dei manifesti, dei baschi, dei sigari cubani, come sottolinea Alvaro Vargas Llosa nel libro Il mito Che Guevara (Lindau). Un merchandising da grandi magazzini, vestiti alla festa del potere rivoluzionario. Oppure a Mao Zedong, il cui abbigliamento revoluzzer camicia col collo alla coreana, pantaloni di seta a cicca viene copiato dai fashionisti d'ogni latitudine, sebbene i giovani cinesi d'oggi ignorino chi sia.

Perciò siamo a una svolta, se anche Pasolini diventa musa dei designer internazionali. Tanto più che l'autore di Le ceneri di Gramsci, in un'intervista rilasciata prima della sua morte, equiparava il consumismo al nazismo, affermando di considerarlo «un fascismo peggiore di quello classico, perché il fascismo clericale non ha veramente trasformato gli italiani». L'intervista, parzialmente trascritta nel 1975 da L'Espresso, rientrava nell'ambito d'una discussione tenuta da PPP in Svezia, durante il lancio di Salò, il suo controverso film tratto da Le 120 giornate di Sodoma del Marchese De Sade. In quel frangente, lo scrittore si scagliò con veemenza contro il modernismo liberale postbellico. Lo stesso che adesso, fatta la tara della crisi perdurante, consustanzia il suo corpo nel sacrificio tribale della moda, dei buyers globali, dei clic in passerella. Così gli statuari modelli in jeans tatuati e camicie a fiori, «ragazzi di vita» versione fashion, stregano gli acquirenti di tutto il mondo, mentre Fausto Puglisi scandisce: «Il Decameron, Edipo Re e Le 120 giornate di Sodoma, il classico cinema italiano, sono la mia ossessione. È questo che voglio fare, come designer».

Accanto a Puglisi c'è il russo Gosha Rubchinskiy, designer di Manifattura Tabacchi (con sede nel vecchio tabacchificio disegnato da Pier Luigi Nervi) a riecheggiare il look pasoliniano nella sua collezione, coadiuvato dalla sua stilista Lotta Volkova. Dopo aver cercato via Instagram modelli minorenni, il più pallidi possibile, li ha rimpannucciati secondo la voga calcistica di PPP: boxer lucidi, «chiodi» in jeans, cappottini smilzi su jeans tatuati, magliette accollate a righe, indossati da un esercito di maschi under 20, magri e muscolosi, che sarebbero piaciuti al poeta. «Ci siamo ispirati a Pier Paolo Pasolini, alla sua storia, alle sue poesie, ai suoi film e, da ultimo, al suo assassinio. Abbiamo deciso di rendergli giustizia: Pier Paolo è un genio, un artista che ha sofferto per i suoi principi», dichiara a Vogue Renata Litvinova, regista russa che, in occasione delle sfilate, ha firmato The Day of My Death, 17 minuti di filmato, concepito appositamente lo show fiorentino. Per l'universo che ruota intorno all'estetica della moda, la morte di PPP a Ostia, avvenuta per mano del 17enne Giuseppe Pelosi, è gravida di martirio e mistero, identici elementi che avvolgono la morte di Marilyn, icona pop per eccellenza. Chissà che cosa direbbe lui, Pasolini, di tale elegante carosello consumista, sublimato nel libro in bianco e nero To Pier Paolo (Idea Books), con scatti fashion firmati Rubchinskiy, rilegati con chic supremo per 1000 fortunati collezionisti, tutti pazzi di PPP. «Trasumanar e organizzar», forse.