Il pedigree di Manganelli è nelle "Quarte di nobiltà"

Nelle presentazioni dei propri libri lo scrittore distilla il meglio di uno stile inimitabile e bizzarro

Davanti alla «quarta», occorre fermarsi e provare a fare chiarezza. Deve raccontare il contenuto del libro, ma non troppo.

Deve incuriosire, ma non svelare completamente il testo. Deve invogliare il lettore all'acquisto, ma senza essere smaccatamente pubblicitaria. Deve persuadere, ma raccontando. O raccontare, persuadendo. Deve convincerti che hai trovato esattamente quello che stavi cercando, o ancora meglio: quello che non sapevi ancora di dover cercare. Mettiamola così: se il dovere della copertina, al fronte, è attrarre il lettore, quello della quarta, nelle retrovie, è indurlo a comprare (a proposito: forse è perché non ce l'hanno, che gli ebook vanno male?). Se la copertina è la componente pop del libro, la quarta è quella nobile.

Per tali ragioni, e anche per molte altre, l'autore del libro non è - in genere - la persona più adatta a scrivere la quarta di copertina. Proprio come nel giornalismo chi ha scritto il pezzo è l'ultima persona che dovrebbe fare il titolo: è troppo coinvolta, diciamo così... L'autore - con le dovute straordinarie eccezioni: è il caso di Giorgio Manganelli, appunto, ma anche di Tommaso Landolfi, e persino di Carlo Cassola - non sempre riesce a essere obiettivo con il proprio libro, dà troppe cose per scontate, non riesce a mantenere la giusta distanza dal testo per vederlo, e venderlo, al meglio.

Sì. È decisamente meglio, come insegna la storia, che la quarta di copertina la scriva qualcun altro. L'editore per esempio: proverbiali e universali sono le quarte scritte da Roberto Calasso per i libri del catalogo Adelphi, che a loro volta hanno dato vita a un libro, Cento lettere a uno sconosciuto. O persino un copywriter: ormai tra la maggior parte dei libri-merce e un qualsiasi prodotto da supermercato non c'è molta differenza (è tutta la stessa pubblicità...). O un editor: e quindi è il momento giusto per citare l'Italo Calvino della collana Centopagine dell'Einaudi, o l'Elio Vittorini dei Gettoni, fiore all'occhiello della stessa maison torinese, anche se in realtà si tratta di risvolti, che non sono esattamente la stessa cosa delle quarte; e allora si dovrebbe ricordare anche Salvatore Silvano Nigro, il professore, il quale - oltre a essere guarda caso uno dei massimi esperti di Giorgio Manganelli... - per anni ha firmato i risvolti dei romanzi di Andrea Camilleri e ne ha fatto una rarissima plaquette: L'arte del risvolto.

Sì, a pensarci bene quella della quarta di copertina è un'arte. Un'arte breve (e se fosse un genere letterario a sé?). Un'arte difficile, raffinata, elitaria. Per dominarla, servono: un'idea precisa dell'oggetto libro (e dell'editoria). Fantasia (tanta, ma non tutta). Stile (immediatamente riconoscibile dal lettore). E un progetto che vada oltre la letteratura. Esempio del primo requisito: Leonardo Sciascia (uno che i libri li pensava vestiti), il quale portò la propria altissima idea di letteratura nelle quarte di copertina della casa editrice Sellerio, e anche Calvino quando dispiegava in ultima pagina la sua potente visione della scrittura. Esempio del secondo requisito: Leo Longanesi, un artigiano estroso del libro che s'inventò i santini da inserire nei volumi già in vendita per promuovere le uscite successive: qualcosa di semplice e geniale. Esempio del terzo: Roberto Calasso, quando considera la quarta di copertina «un'umile e ardua forma letteraria», e abbiamo detto già troppo. Esempio del quarto requisito: le quarte di copertina degli Struzzi Einaudi (collana nata nel 1970 con lo scopo di proporre ai giovani libri essenziali a un prezzo contenuto) leggendo le quali si possono ripercorrere le tracce di quella missione (civica?) che animò l'Einaudi nei suoi anni più felici e più impegnati, ossia una casa editrice non solo come officina culturale ma anche laboratorio di idee, ideali e a volte ideologie...

Poche idee ma brillanti, il bravo suggeritore delle quarte di copertina sa che - sebbene vengano lette di fretta in libreria, oppure scorse velocemente sulla pagina di Amazon - possono ancora fare la differenza e decidere il destino, perlomeno commerciale, del libro. Su una quarta di copertina, seppure in poche righe, oggi si legge di tutto: schiamazzi promozionali, suggestioni melliflue, trame dettagliate (e noiose), citazioni altisonanti (quasi sempre forvianti), messaggi trasversali, stralci della stampa amica, note critiche, paragoni sconcertanti (quante atmosfere kafkiane, quante tragedie scespiriane, quanti personaggi «alla Gogol'»...).

E invece, eccola la quarta perfetta. Una cartella massimo, luoghi comuni al minimo. Una parvenza di riassunto, che non sia una sinossi. Un assaggio, senza riempire del tutto il piatto. (Auto)elogi: perché no? Allusioni, sapendo però che lo spaesamento è un rischio. Aggettivi studiati (pochi, ma definitivi). E soprattutto un incipit sontuoso: importante tanto quello di un romanzo. E il testo? Sintetico, preciso, pulito, (im)parziale al punto giusto e, per chi può permetterselo, persino eccentrico. Questo, per i comuni mortali. Poi ci sono gli dèi ulteriori, à la Manganelli, il quale coi suoi pezzi di pura prosa, solo accidentalmente scritti «al di fuori» del libro, così in apparenza sconclusionati, laboriosi e improvvisi, seppe - più di ogni altro - nobilitare la quarta. Anche se per lui, o proprio per questo, si trattava solo di cose futili, per palati bizzosi.