Perché il Lingotto accetta chi odia i diritti umani?

Luigi Mascheroni

da Torino

Le polemiche, al Salone del libro di Torino, sono come i libri stessi. Si generano a vicenda. L'ultima l'ha lanciata Vittorio Sgarbi, ieri. Parlando al Lingotto il critico d'arte ha fatto notare l'ambiguità («No, meglio: la stupidità») di un Salone del Libro che da una parte censura l'editore Altaforte «vicino» a CasaPound e dall'altra chiama come ospite d'onore la città di Sharjah (nominata dall'UNESCO capitale mondiale del libro 2019). Sharjah infatti è uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Paese in cui «vige ancora la pena di morte» e «avvengono gravi violazioni dei diritti umani», come dimostra il rapporto annuale di Amnesty International per il 2018 che lo staff di Sgarbi si è affrettato a postare - come prova - su Facebook: «Le autorità hanno continuato a imporre arbitrariamente restrizioni alle libertà d'espressione e d'associazione, applicando leggi penali sulla diffamazione e l'antiterrorismo, allo scopo di detenere, perseguire, condannare e incarcerare persone critiche verso il governo. Le autorità hanno trattenuto i detenuti in condizioni equiparabili a tortura e non hanno provveduto a indagare le accuse di tortura emerse negli anni precedenti. Le donne sono rimaste discriminate nella legge e nella prassi...».

«Il vero scandalo del Salone - ha attaccato Sgarbi - non è il libro-intervista di Chiara Giannini al ministro Salvini» ma lo stand della città di Sharjah, «generosamente collocato all'ingresso» dagli organizzatori. Scelta che, peraltro, genera anche un curioso paradosso. Quello di un Salone del Libro che sceglie di allontanare un editore fascista così da per potere accogliere Halina Birenbaum, sopravvissuta a Auschwitz; ma poi concede la vetrina all'emirato di un Paese che storicamente ha osteggiato lo Stato di Israele. Dove oggi Halina Birenbaum vive. Un'altra contraddizione degli «antifascisti della domenica» che solo ieri cantavano Bella ciao per mettere a tacere una giornalista «vicina» a un editore «vicino» a CasaPound.