Da Pereira a Chiarot alla Scala va in scena il toto-sovrintendente

Spuntano i candidati al ruolo che gestisce un giro d'affari di 115 milioni Pochi italiani. E la sorpresa potrebbe essere l'ex assistente di von Karajan 

Teatro alla Scala. È partita la corsa alla successione del sovrintendente Stéphane Lissner che nel 2015 dà l'addio a Milano per l'Opéra di Parigi. Chi occuperà la poltronissima? La Scala è un marchio del lusso italiano, ha un giro d'affari di 115 milioni. Sarà il Cda scaligero a individuare il timoniere. Ma nel frattempo è scattato il totonomine. Ci si è inventati pure le «primarie dell'opera». Una rivista di settore, Classic Voice, ha lanciato un referendum interpellando 60 addetti ai lavori che hanno votato il candidato ideale.
Il nome eccellente è quello di Alexander Pereira, sovrintendente del Festival di Salisburgo. Segni distintivi: conosce la musica, sa portare quattrini nelle casse dei teatri, non è a buon mercato (che non è una novità per la Scala). Non inganni il cognome portoghese, è di Vienna, ha 65 anni e una fidanzata brasiliana che studia a Milano: una città che frequenta spesso ultimamente. «È l'amore che mi porta a Milano», dice. Ma fra i palpiti di cuori, ha trovato modo di seguire la prima della Scala, e la cena di gala dove era presente mezzo Cda scaligero. Il vicepresidente del Cda, Bruno Ermolli, l'uomo che risolse la crisi scaligera del 2005, è sulle tracce di Pereira, l'incontro va a dopo Natale. Pereira non si sbilancia: «Si parla tanto di me, e mi fa piacere. Però nessuno mi contattò 7 anni fa e neppure ora, ma se mi chiamassero ci penserei». Giorni fa ha presentato il suo Festival a Milano: mai accaduto prima, un indizio? A Salisburgo, la prossima estate, sventolerà la bandiera italiana, tanti i titoli e artisti italiani, altro fatto che va ad arricchire le credenziali scaligere di Pereira.
Un candidato possibile alla successione di Lissner è Helga Schmidt, la storica assistente di Herbert von Karajan: i due hanno condiviso nazionalità (austriaca) e piglio decisionale. All'anagrafe è Helga Pittioni. Schmidt lo è per volere di Karajan che la chiamò col cognome del secondo marito di sua mamma. È la donna di ferro che ha gestito il Covent Garden di Londra facendovi debuttare Muti, Chailly, Ozawa. Quindi ha lanciato il teatro di Valencia con un'infilata di nuove produzioni e grandi nomi in pianta stabile come Maazel, Mehta e Domingo. Claudio Abbado la voleva a Milano, accanto all'allora sovrintendente Paolo Grassi, «avevo poco più di 20 anni, mi sentivo troppo ingenua per un teatro come la Scala. Rinunciai». Ed ora? «Perché no? Di esperienza ne ho fatta. La famiglia paterna è originaria del Friuli, mio marito era veneziano (il baritono Ganzarolli - ndr), risiedo nelle Langhe. Amo l'Italia». Amare l'Italia e la Scala potrebbe voler dire aprire la stagione con un'opera di Verdi anziché, come è accaduto, di Wagner? «Non è stato un errore proporre Wagner per la Prima della Scala, Verdi è nato nel 1813. Però io avrei fatto di tutto per convincere il direttore musicale a dirigere anche il primo titolo verdiano del 2013. Nel bicentenario, la Scala dovrebbe dare tutto il peso a Verdi». Non è più la Scala d'una volta, dicono in tanti. E lei? «Daniel (Barenboim, direttore musicale - ndr) è un musicista fantastico, però al suo fianco non ci sono i grandi direttori che possano assicurare il livello musicale scaligero in sua assenza. Alla Scala manca l'èlite delle bacchette «tipo Abbado, Muti, Maazel, Mehta e anzitutto Chailly che è pure milanese: guardi che Bohème ha fatto qui a Valencia, 4 settimane di lavoro con regista e cantanti, solo così buca e palcoscenico dialogano a meraviglia. La Scala chiede questo: alta qualità». E che dice della policy della Scala di affidare le grandi opere a giovani direttori? «Bisogna dare spazio ai giovani emergenti, evitando però di schiacciarli con un carico di responsabilità eccessivo». Il pensiero corre ad Andrea Battistoni, uscito a pezzi dalle Nozze di Figaro. «Ha grande talento, ma è stato mal esposto». Cosa continua ad essere la Scala ? «Un teatro la cui base è fantastica, coro, orchestra e tecnici sono un comparto capace di eccellenze. Può capitare la serata no. Però la qualità complessiva di una stagione deve rispettare i parametri del teatro più importante del mondo».
Per la poltronissima scaligera, sono stati fatti anche nomi di casa nostra.
Si va da Francesca Colombo (al Maggio di Firenze che però ha criticità di bilancio) a Sergio Escobar (Piccolo di Milano) e Salvo Nastasi (raddrizzò i conti del San Carlo di Napoli). E prima ancora, Cristiano Chiarot, alla Fenice di Venezia: il teatro più produttivo d'Italia, con bilanci in attivo. E che ha inaugurato la sua stagione con un'opera di Verdi e una di Wagner. Nella rosa si trovano Gelb (Metropolitan), Dorny (Opera di Lione), Bachler (Monaco). Tanti stranieri, dunque. Siamo i soliti esterofili? Diciamo che sono le gestioni dissennate di alcune fondazioni liriche italiane, le compromissioni politiche di tante sovrintendenze nostrane a spingere lo sguardo all'estero. E poi, quando mai un sovrintendente italiano è chiamato al timone di teatri stranieri importanti? Perché i manager d'opera europei lavorano ovunque e quelli italiani non varcano le Alpi?