Il pessimismo di Leopardi? Ottimo ritratto della modernità

La demolizione delle idee fondanti di progresso, libertà e amore anticipa Nietzsche. E la sua pesante eredità

Il «no» di Leopardi alla tragicità della vita, che offende i nostri desideri e delude le nostre speranze, è un «no» così disperato ma così disperato da essere quasi un «sì». Per il poeta del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia - «È funesto a chi nasce il dì natale» - la vita può essere degna di essere vissuta se essa stessa, la vita, è più forte della ragione e le virtù, il bene, il bello, persino il progresso, sono delle illusioni forti e necessarie che consentono agli uomini di essere come se vivessero nel bene e nel meglio, altrimenti l'arida verità dissolve tutto e mostra che «tutto è nulla» e «tutto è male».

Aveva ragione Francesco De Sanctis, nel suo celebre saggio su Schopenhauer e Leopardi, quando notava che il pessimismo leopardiano produce l'effetto contrario a quello che si propone: «Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto». Sarà per questo motivo che Giacomo Leopardi è sì un classico, ma anche un nostro contemporaneo, quasi uno di noi perché «anche a noi i conti non tornano» e ci sentiamo a volte tristi e disperati e ci sorprendiamo a pensare, contro noi stessi, che tutto ciò che abbiamo di bello e di buono è illusione e nonostante il dubbio o il tarlo che ci buca l'anima andiamo avanti, non foss'altro perché indietro, ai giorni della felice fanciullezza, non ci è dato ritornare. Giacomino, dunque, come uno di noi.

Il senso del libro di Mario Elisei, Il no disperato (Liberilibri, pagg. 144, euro 13), è qui: Leopardi come grandissimo poeta e va bene, come filosofo e va bene con riserva, ma anche Leopardi come «pensatore della crisi» che attraverso la dolorosa esperienza personale ci dà la cifra di una condizione umana universale nella quale noi stessi, dopo la fine dei grandi racconti metafisici, ci dibattiamo facendo a pugni con «l'ospite inquietante» del niente, come lo chiamò Nietzsche. La genesi del pessimismo di Leopardi è da vedersi sia nella strage delle illusioni che è nella vita individuale di ognuno di noi; sia nella sua condizione di salute in cui la malattia diventa - ancora una volta come in Nietzsche - quasi un organo di conoscenza, persino al di là delle intenzioni di Leopardi; sia, e soprattutto, nello studio «matto e disperatissimo» con cui il poeta dei Canti volle creare un sistema filosofico con le Operette morali. Il libro di Elisei, studioso del pensiero di Leopardi, si sofferma su quest'ultimo aspetto e, considerando lo Zibaldone e l'epistolario, mostra il «nascimento» della filosofia di Leopardi.

Non è la prima volta che ci si sofferma sul Leopardi filosofo. Qualche tempo fa lo fece anche Emanuele Severino con il libro Il nulla e la poesia, in cui si evidenziava che Leopardi, come Eschilo, è un maestro di nichilismo che vede nella poesia «l'ultimo rifugio». Ora Elisei ripete l'operazione sia con la novità testuale, sia con l'attenzione al Leopardi interlocutore di Locke, d'Holbach, Condillac.

Non è il caso qui, né altrove in verità, di portare a spasso il lettore. Piuttosto, vale fermarsi sul punto centrale che è quanto Leopardi scrive nei suoi diari in data 17-18 luglio 1821: «Nessuna cognizione o idea ci deriva da un principio anteriore all'esperienza». Ma se non c'è un «principio di ragione» che sia anteriore all'esperienza o che sia l'esperienza medesima, allora si distruggono quelle che Cartesio chiamò le idee innate o verità eterne e si distrugge, come dice Leopardi, Dio stesso che «è il nulla» e, insomma, tutto cade e viene meno e in luogo dell'essere si insedia il non-essere. Qui Leopardi chiude il passo con parole che ancora una volta anticipano quanto Nietzsche dirà nel Crepuscolo degli idoli, ossia che «il mondo vero divenne favola»: «Certo è che distrutte le forme Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio». Non solo. Perché separando vita e pensiero Leopardi, alla maniera di Gorgia, distrugge la stessa possibilità della filosofia e trasforma l'essere in fatalità e l'uomo, privo di governo, è una foglia in balìa dei venti e dei suoi desideri irrealizzabili.

A ben vedere, risiede qui la genesi del pessimismo: nell'edonismo che si capovolge in tragedia, nella promessa felice che diventa infelice e risentita verso la vita. Anche questo, in fondo, il nostro tempo ha in comune con Leopardi mentre, per una volta, è distante da Nietzsche, il quale davanti al dramma del fato lo amò non dicendo «no» ma «sì» alla vita.