Più sesso, meno precisione. Ecco il nuovo Anish Kapoor

Il Macro di Roma presenta le ultime opere dello scultore. Che lascia l'eleganza e sceglie la strada dell'informale

Mentre la città eterna affonda nell'ingovernabilità, all'ombra dei Fori Imperiali l'arte contemporanea dà segni di vitalità. Poiché non si tratta certo di strategia politica, è forse soltanto una coincidenza. Ma in questi giorni Roma propone un'offerta di mostre di qualità e richiamo, da Battaglia a Hopper, dalla Quadriennale al riallestimento della Galleria Nazionale.

C'e molta attesa in particolare attorno alla personale di quello che viene ritenuto uno dei più grandi scultori inglesi: Anish Kapoor, nato a Bombay nel 1954, cresciuto artisticamente a Londra, sintesi ideale tra Ovest e Est, Europa e Asia, innovazione e tradizione. Una mostra del genere si propone anche il rilancio del MACRO, il museo comunale che da diversi anni sta vagando in una terra di nessuno, senza un'identità precisa e al momento anche privo di un direttore o di un responsabile della programmazione.

E invece dal cilindro esce a sorpresa Kapoor, da oggi fino al 17 aprile 2017, con una serie di opere realizzate negli ultimi quattro anni, dove scopriamo un aspetto quasi inedito dell'artista, una propensione materica e carnale persino imprevedibile per chi ha fatto dell'eleganza e dell'illusionismo i suoi caratteri principali; sono lavori lontani da quell'essenzialità minimalista e dall'eleganza che gli conosciamo e che di contro rivelano un Kapoor quasi informale, più pittorico che scultoreo, a tratti persino rabbioso.

Si tratta di uno dei più importanti artisti al mondo, lo conferma un curriculum impressionante. Nel 1990 rappresenta la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia con opere meravigliose, giganteschi massi scavati all'interno e contenenti pigmenti che esaltano la profondità e favoriscono la perdita di equilibrio. L'anno dopo vince il Turner Prize, proprio mentre sta esplodendo la Young British Art di Hirst e compagni. Rispetto alla generazione di Sensation che ha ridato vita all'arte inglese, Kapoor è già attivo quando al di là della Manica, negli anni Ottanta, l'arte viveva un lungo momento no, imprigionata tra accademismo e classicismo. Unendo e sintetizzando le sue due matrici culturali, l'Inghilterra e l'India, Kapoor propone una visione della scultura nuova, forte ed elegante, intensa ma sobria, in un percorso che lo porterà nel 2011 a conseguire il Premium Imperial, equivalente del Nobel.

La popolarità aumenta e con essa una sempre più marcata magniloquenza. Il Kapoor degli ultimi anni è monumentale, barocco, eccessivo, sovradimensionato e così si perde per strada quella sensibilità straordinaria che ne caratterizzò i tempi migliori. Soprattutto nelle commissioni pubbliche è strabordante, in particolare si pensi alla torre al limite del kitsch prodotta per le Olimpiadi di Londra del 2012, la Orbit Sculpture al Queen Elisabeth Park.

Su di lui insomma le opinioni si dividono: c'è chi lo ritiene un colosso e chi invece lo giudica un evidente caso di sopravvalutazione critica. Forse la verità sta in mezzo: tanto belle e intense le opere con cui si è affermato, quanto ingombranti e mastodontiche le più recenti, a cominciare dal gigantesco trombone che campeggia nell'atrio del MAXXI, tanto per rimanere a Roma.

E proprio nella Capitale, Kapoor decide di presentare solo lavori recenti, il che non gli rende giustizia fino in fondo, ma i ben informati dicono non sia proprio facile discutere con lui. Sono soprattutto dipinti e rilievi composti da strati aggettanti, realizzati in silicone rosso e bianco cui si aggiungono ulteriori mani di pittura. In particolare Sectional Body Preparing for Monadic Singularity è già stato esposto alla Reggia di Versailles, alimentando ancora il dibattito sul rapporto tra classico e contemporaneo e sulla legittimità dell'occupazione delle dimore storiche da parte degli artisti di oggi con operazioni che sembrano davvero imposte dal mercato.

I lavori al MACRO sono comunque una trentina, abbastanza per farsi un'idea sulla ricerca attuale dell'artista, in cui spicca lo sguardo su di un corpo lacerato che ha perso l'integrità, l'allusione esplicita al sesso, in una visione ai limiti dell'informe. Se non leggessimo che è lui, potremmo scambiarlo per un altro, rimpiangendo quell'eleganza e quella precisione che lo avevano fatto diventare un grande della scultura.