Il Piero Chiara alla catalana è un reportage da gustare

Nel 1950 l'autore scoprì il fascino di Barcellona Che gli apparve come un'immensa barca in mare aperto

Al posto di frontiera di Cerbère, la dogana e la polizia francese dopo una visita sommaria abbandonano subito il viaggiatore alle cortesie della dogana e della polizia spagnola, che si limitano a mettere timbri dappertutto senza infastidire per nulla l'ospite che varca la soglia di Spagna. Doganieri coi guanti, pieni di dignità e di compostezza, si accontentano delle dichiarazioni formali del viaggiatore: esempio di ammaestramento per tutti gli importuni frugavaligie d'Europa.

Il treno vuoto aspetta alla stazione di Port-Bou e la porta della Spagna è aperta verso una costa arida e piena di sole, fra tondi colli giallastri e rocce di porfido che si staccano sull'azzurro del mare.

L'autovia per Barcellona, un'automotrice a nafta di modello comune, attacca velocemente il percorso. Il paesaggio è quale se lo aspettava chi da lontano aveva pensato alla Spagna, influenzato dal colore giallo che viene di solito assegnato alla penisola iberica dagli stampatori di carte geografiche.

Subito si vorrebbero identificare tutti i fantasmi letterari che formano l'impalpabile bagaglio del viaggiatore: ombre di picari sembrano allontanarsi disturbate al passaggio del treno, e la sagoma dello scudiero Ribaldo, di Sancho Panza e del suo immortale padrone, riaffiorano alla memoria al primo incontro con questa romanzatissima terra. Una terra color zafferano, interrotta da spacchi tufacei e da greti biancheggianti; la strada di asfalto che appare e scompare, e lontano sempre il mare che s'avvicina per deserte insenature.

Un paesaggio perfetto, concreto, obbiettivo, i cui elementi naturali sono di una assolutezza e di una schematicità stranamente pittorica.

Sono gli sfondi dei quadri di Salvador Dalì, sono quegli elementi surreali che il pittore ha ripreso dalla più stretta realtà. Viene da pensare che Dalì abbia tratto le più forti suggestioni della sua formula estetica proprio da questo suo paesaggio nativo, da questa Cadaqués da cui stiamo forse passando e che si appiatta tra le rocce ed il mare: «contempliamo la precisione panoramica di Cadaqués!».

Qui il surrealismo daliniano e quello di García Lorca si incontrano e sembrano giustificati, addirittura imitati, dalla stessa realtà naturale:

«L'aria lustra il suo prisma sul mare

E l'orizzonte sale come un grande acquedotto».

A Figueras il mare non si vede più, ma comincia ad apparire il verde. I campi coltivati, gli alberi, le case, i carri per le strade e gli uomini al lavoro sono il primo saluto di cose vive sul lembo iniziale del grande quadrilatero spagnolo.

Dopo Figueras, Gerona. E qui si sente il capoluogo, si ha l'impressione d'inoltrarsi, d'incanalarsi verso più ampie contrade e grandi centri di lavoro e di vita. Di Gerona appare di colpo, in alto, la chiesa con la piazza in discesa e uomini neri nella piazza. Poi le fabbriche nascondono tutto e subito riappare la campagna sempre più bella, più fertile, più abitata. Grandi fattorie bianche, ville padronali, mandrie e ancora il nastro nero della strada sulla quale trotterellano piccoli asini, accuratamente scansati dalle non frequenti automobili.

In groppa all'asino c'è il contadino tutto nero, con le gambe pendenti: sembra quasi ritto tanto ha i piedi vicini a terra, e va via assorto, forse rimuginando antiche ingiustizie e senza guardare il treno.

In poco più di tre ore dal confine si arriva a Barcellona. Finalmente una delle grandi stazioni della nostra infanzia, nera di fumo, fragorosa di urti, piena di mostruose locomotive che sudano e fischiano, sembra uscire come per incanto dalla memoria. Una folla febbrile invade le tettoie in cerca dei parenti in arrivo. Qui si ha il senso di essere arrivati, anche se nessuno ci aspetta. Tre o quattro persone si interessano subito del viaggiatore senza parenti per offrirgli l'albergo e il taxi, per sollevarlo dal peso delle valigie e indirizzarlo al più conveniente soggiorno. Ma tutto questo senza la famigerata insistenza dei napoletani, con vera gentilezza, appena sollecitata dalla naturale intraprendenza di chi vive di simili servigi.

A Barcellona non mancano buoni alberghi per tutte le borse, ma i più consigliabili sono quelli nei pressi della Rambla e verso la metà di questa celebre strada. La Rambla è il più monumentale e fastoso esemplare di quel tipo di arteria cittadina, comune a molti centri del Mediterraneo, che spacca in due la città e scende al mare sfociando nei pressi del porto. Dopo la Rambla di Barcellona, in ordine di celebrità viene la Canébière di Marsiglia, sacra alla favola perpetua di Marius e Olive. Ma la Rambla è proprio unica al mondo, e per i barcellonesi è una grande bandiera multicolore, un'orifiamma che distingue la loro città e la ostenta sul mare, in gara vittoriosa con Marsiglia e Genova.

Grande porto e porta principale di Spagna Barcellona è anche un importantissimo centro industriale e commerciale: quello che è Milano in Italia.

La Rambla da cui non si scosta mai il visitatore o il turista, non consente neppure al cronista escursioni alla ricerca d'argomenti particolari, e lo obbliga a seguire il suo bottino che non è quello di una arteria qualsiasi, ma il battito di una della due valvole cardiache che danno vita alla Spagna: l'altra è Madrid. L'immensa via, che si svolge in cinque segmenti: Rambla de Santa Monica, Rambla del Centro, Rambla de las Flores o di San José, Rambla de los Estudios e Rambla de Canalates, va dalla Plaza de Catalugna al mare, accogliendo un gran flusso di vita a tutte le ore del giorno e della notte.

Come i grandi fiumi che spesso hanno un filo più calmo di corrente nel mezzo, la Rambla ha al centro il viale dei pedoni per il quale si aggirano le venditrici di fiori, di giornali, di cartelle della lotteria e di mille altre cose. Schierate a filo dei platani, centinaia di sedie accolgono chi vuol sedersi all'ombra e rimirare il passaggio. Mezza peseta ogni turno di tre ore, pagano gli spettatori di questo film vivente: e c'è chi si gode il biglietto per tutte le sue tre ore e magari lo rinnova per altre tre.

Sopra Barcellona si erge la fortezza di Montjuich che sovrasta il porto e che ora non ha più il volto militaresco dei tempi di Filippo IV: dalle sue mura un generale francese cannoneggiò la città nel 1842. Ora è un carcere, un museo, un grande balcone affacciato sul porto. Più lontano, alle spalle della città, si alza il Tibidabo, monte panoramico per eccellenza, dove vari prodigi tecnici come una ferrovia aerea, un aeroplano girevole librato nel vuoto e un braccio di ferro che porta una navicella a 50 metri di altezza, celebrano la sagra della vertigine e dell'aria fresca per l'accaldato barcellonese stanco di passeggiare tra le piazze ed il mare e desideroso di spingere lo sguardo distratto della domenica fino ai Pirenei e alla catena torreggiante di Monserrat.

Dal Tibidabo, Barcellona appare come un'immensa macerie rosa solcata da parecchi tagli quasi regolari che sono le Ramble, la Gran Via Layetana, il Paseo de la Repubblica, il Paseo de Gracia e altri ritagli di larghe avenidas. Più oltre, il mare si confonde col cielo in ombre violacee di calura e di opachi vapori.

Quasi una tribuna alzata nel punto migliore, questa sorta di montebalcone presenta la città come un grande spettacolo. Simile a una barca (e da questa somiglianza le venne forse il nome: Barcino la chiamarono i Cartaginesi e Barcinona i Goti) Barcellona sembra ondeggiare nell'aria estiva, quasi indistinta, tra lampi metallici e tenui fumate biancastre.