Pistole, vittorie e rigori Per una partita si può anche uccidere

Un campione fallito e uno vero (Chinaglia), un allenatore odiato e l'amore per il pallone

Che un calciatore venga odiato dai tifosi della squadra avversaria - e molte volte anche della propria - è fatto noto nel gioco del calcio che si pratica su un campo rettangolare delle dimensioni di un intestino sezionato. Ma che per un giovane allievo di quel calciatore - che a fine carriera si trasforma in maestro - l'ossessione di ucciderlo a pistolettate prenda il sopravvento sull'odio, fa venire in mente: una commedia esilarante, uno sketch demenziale, un racconto splatter o trash. Sì, c'è pure questo nel romanzo Il calciatore (edizioni e/o, pagg. 142, euro 14) di Massimiliano Governi di nuovo in libreria dopo l'uscita nel 1995.

Il centro gravitazionale del libro è il pallone di cuoio. E la passione per volere a ogni costo partecipare alla partita che dura novanta minuti ma che, in realtà, è la metafora di una intera esistenza. Chi ama il calcio sa bene che in quell'«aringo rimaso» (per dirla con Dante), nella somma dei quarantacinque minuti si diffonde la gioia, il dolore fisico, l'umiliazione, la sofferenza psicologica, la potenza, la sottomissione e il superomismo. Infine la vittoria o la sconfitta. Poi se scegli la partita di Massimiliano Governi, laziale nato, che gioca da mezzapunta nelle giovanili della Lazio e che avrebbe dovuto essere in campo nella mitica domenica in cui la squadra di Giorgio Chinaglia vinse il suo primo scudetto (domenica 12 maggio 1974, giorno in cui gli italiani votano il referendum sul divorzio) - una partita tra giovanili in attesa del match Lazio-Foggia - ecco, se opti proprio per quell'amichevole nella quale Governi è escluso forse a causa di un autogol scappatogli dal ginocchio la domenica precedente, e il tuo allenatore Saul Malatrasi, ex grande difensore di Milan e Inter, ti fa fuori, ti sbatte in tribuna, dopo, ecco, in avvenire, la tua vita cosa diventa?

Infatti, Massimiliano Governi, venti anni dopo quell'episodio che lo vide fustigato a sangue, adesso che ha attaccato gli scarpini al chiodo, scrive appunto un romanzo paro paro. Allora mi costringe a rivedere me bambino al bordo del campo che assisto a un'amichevole del Milan. Schnellinger è un radar. Si sposta e aspetta la palla sulla fronte per impostare il gioco; Cudicini è un gigante di legno con un baricentro da cima dolomitica, quando si butta lo fa in tre pezzi: prima le gambe, poi l'anca e l'addome, infine le braccia. Sempre gatto nero. Rivera ha il culo grosso ma è una signorina deliziosa con il pallone. Quando lancia per Prati è millimetrico. Pierino è uno struzzo. Emerge tutto di collo e insacca. Li vedo i campioni del Milan. Però Mala-trasi (come compone Governi per affibbiargli il male assoluto) non me lo ricordo. Ti credo!, mi faccio. Saul Malatrasi era uno stopper rognoso, duro, implacabile come i vecchi disossatori attorno alle ossa del manzo appeso in macelleria. Malatrasi era invisibile come tutte le bestiacce di stopper. Era anche pugile. Picchiava senza farsi vedere dagli arbitri e neppure dai tifosi. Era un capolavoro nel lavoro sporco. Dal Milan passo con i ricordi alla Lazio nelle cui giovanili allenava il difensore mastino e giocava Governi. Giorgio Chinaglia. I romanisti una belva come lui non l'hanno più trovata. Gli manca ancora un nemico di quella strapotenza. Re Cecconi ebbe la forza di falciare Benetti e Martini fu prima di Rocca e in successione a Facchetti uno dei primi terzini d'attacco anzitempo sulla rivoluzione copernicana di Arrigo Sacchi.

Massimiliano Governi fu sbattuto in tribuna. Così, dopo due decenni, scrive Il calciatore: cioè la sua storia di ragazzino fragile, introverso, l'ultimo nello spogliatoio che ora ha deciso di uccidere Saul Malatrasi per il torto subito. Si apposta a vivere dentro la Cinquecento Fiat di sua madre dinanzi all'abitazione dell'ex terzino, alla Garbatella. E mentre aspetta il momento per incrociare il Giuda, racconta la sua storia d'amore intanto che fa a pezzi la Cinquecento che non ha colpe.

Dunque, Il calciatore è pure un bel racconto di iniziazione dove sì, come sempre, c'è l'attraversamento del corpo, ma qui (novità sorprendente), a cose fatte il corpo è il campo dei nostri sogni. Il trampolino di ciò che siamo. Il trampolino che ci ha catapultati qui e ora. Con i giusti rimpianti per ciò che non abbiamo potuto avere. Il calciatore è un romanzo serio e facèto. Se non si vuole leggere come storia di un talento abortito in fasce, lo si può godere come la più bella partita che ha giocato la squadra del nostro cuore infranto.

Commenti

pilave

Mar, 31/10/2017 - 09:42

Mah, al Milan, a mio parere, Saul Malatrasi giocava da libero. Lo stopper era Rosato.