Pizzi debutta nel «Barbiere di Siviglia»: «A 88 anni non l'avevo ancora diretto»

Il regista: «Ho riportato l'opera all'originale commedia d'intrigo»

Paolo Scotti

Debuttare ad 88 anni non è cosa comune. Ma diventa anche una faccenda curiosa se, ritenuto fra i massimi registi lirici al mondo (e specialmente «rossiniano») solo alla sua rispettabile età Pier Luigi Pizzi dirige il titolo rossiniano per definizione: Il barbiere di Siviglia. E - guarda caso - proprio al Rossini Opera Festival (ultima replica il 22 agosto), nella rassegna nata apposta per dimostrare che Rossini non è solo l'autore del Barbiere.

Sessantasette anni di carriera, quasi seicento spettacoli (che con le riprese arrivano a circa ottocento), un pedigree rossiniano universalmente celebrato... eppure mai, neppure una volta, il Barbiere. Come mai? «Un caso - spiega lui - L'allestii solo una volta come scenografo, ad inizio carriera. Poi me l'hanno offerto in varie occasioni, ma senza che la cosa si concretizzasse mai. Rimaneva uno dei miei sogni nel cassetto». Pizzi è celebre per il modo con cui inventa o ricrea, secondo un gusto infallibile, soprattutto gli spartiti poco rappresentati. Cosa c'è ancora da inventare o ricreare in un capolavoro ultra-noto come il Barbiere? «Proprio qui sta il bello - risponde -. Col tempo sul Barbiere di Siviglia s'è sovrapposta una tradizione un po' bastarda. A furia di gag e macchiette l'hanno stravolta in una farsa di grana grossa. Mentre invece è una raffinata commedia d'intrigo, di stampo illuminista. Non per niente viene da Beaumarchais. Nessuno fa caso, ad esempio, a quanto negativi siano tutti i suoi personaggi, generalmente ritenuti innocui e bonaccioni. Invece sono tutti mossi da calcolo, interesse, avidità. Non fanno che parlare di denaro, che tendersi trappole per ingannarsi l'un l'altro. È facile riconoscervi certi difetti contemporanei. Ma la cosa stupefacente è che, nonostante questo, non ci risultano antipatici. Ed è la musica di Rossini, a renderceli adorabili».

Pizzi ha fatto un grande lavoro sui cantanti per sottrarli alle logore buffonerie della farsa. Soprattutto grazie a un cast eccellente anche per le qualità attoriali. Davide Luciano è un Figaro energico, scatenato; la Rosina di Aya Wakizono è molto fresca, ma anche con tutte le astuzie che la trasformano nella Contessa delle Nozze di Figaro. Pietro Spagnoli non è il solito Bartolo mezzo scemo e babbeo, ma un presuntuoso incapace, semmai. E poi c'è la novità di Fiorello, servo del Conte: sta al Conte come Leporello sta a Don Giovanni. Oltre che servo gli è confidente, complice. E' un peccato che appaia solo all'inizio dell'opera. Così il regista lo fa tornare ad aiutare il Conte ogni volta che questi architetta i suoi travestimenti. Per aumentare il senso logico (e il divertimento) dei suoi inganni.

Pizzi ha anche rinunciato alla tradizionale ambientazione da 700 spagnoleggiante, asciugata in un'architettura razionale, dal colori prevalentemente bianchi, a contrasto cogli abiti scuri dei personaggi, che dal 700 sono spostati al primo 800 rossiniano, ma senza una storicizzazione troppo precisa.