Plauto torna col suo estro disincantato

Fino a pochi anni or sono era consuetudine rappresentare ogni estate un testo di Tito Macio Plauto, lo straordinario poeta latino di cui si ricordò anche Fellini che gli rese omaggio nel suo Satyricon nello stralunato personaggio di strada come Fanfulla. Infatti la prepotente vitalità dell'autore, che non disdegnava di rifarsi ad antichi modelli giungendo al punto di scrivere in cartaginese, era diventato appannaggio di ogni arena estiva che si rispetti. Negli anni sessanta aveva indotto persino Pasolini a riscrivere in romanesco Il soldato millantatore, col titolo satirico Il Vantone.

Ora finalmente, dopo un lungo silenzio Plauto ritorna a essere rappresentato, in particolare con L'avaro, ovvero la commedia della cassetta che servì di base persino a Molière. Adesso a trarlo dall'oblio ci si mette d'impegno la regia di Nando Sessa che l'ha rimesso in scena prodotto dal romano teatro Ghione.

Naturalmente la struttura è quella di un teatro popolare dove la cupidigia si alterna con la furia devastatrice dell'uomo che commette uno sbaglio dopo l'altro tra gli applausi fragorosi della platea. Grazie all'innata comicità di un attore come Edoardo Siravo, abilissimo nel mettere a frutto le sue doti per dare al protagonista il ritratto di uno stupore malinconico, coadiuvato da Stefano Vona e da Martino d'Amico. Mentre tutto sembra riscattarsi nel finale venato da una dolce e tenera amarezza.

L'AVARO, OVVERO LA COMMEDIA DELLA CASSETTA Teatro Romano di Ferento (Viterbo).