La Politica entra al cinema (con visi d'angelo)

I misteri di Jean Seberg, la leggendaria Imelda Marcos e la Grecia schiacciata dalla troika...

Se quest'anno la crisi di governo ha tenuto lontano dal Lido i politici in crisi, la Politica, con la C maiuscola di cinema, entra e esce da ogni proiezione, tra film sull'oggi (The Perfect Candidate di Haifaa Al Monsour, passato il primo giorno, su una giovane saudita candidata donna al governo della sua città: il tema è perfetto per un festival, ma lo svolgimento ha stroncato anche i critici più pazienti), non fiction d'attualità (oggi è il giorno di Citizen K sull'oligarca e poi dissidente russo Mikhail Khodorkovsky, ma arriverà anche State funeral di Sergei Loznitsa sul culto della personalità di Stalin) e opere di grandi maestri: stamattina sarà di scena Adults in the Room di Costa-Gavras sulla sua Grecia caduta sotto la dittatura dell'austerità dell'Eurogruppo...

E così, lontana dal red carpet, la politica resta nel cuore della Mostra: le sale. Ieri, accanto al J'accuse di Roman Polanski (su un pezzo di Storia e di Politica di Francia), l'altro film in concorso è stato Seberg dell'australiano Benedict Andrews, che narra, basato tutto su fatti veri, gli anni d'oro e di tragedia della bellissima attrice Jean Seberg (interpretata da una altrettanto bellissima e applauditissima Kristen Stewart: il pubblico non ha dimenticato quando s'invaghì di un vampiro in Twilight), morta misteriosamente suicida a quarant'anni, nel 1979. Già stella giovanissima in due pellicole di Otto Preminger, la Seberg divenne un'icona di Francia dopo aver interpretato il capolavoro di Jean-Luc Godard Fino all'ultimo respiro, opera-culto della Nouvelle Vague, e poi, arrivata a Hollywood sull'onda del successo, alla fine degli anni '60, si avvicinò pericolosamente alla causa rivoluzionaria delle Black Panthers. Ed eccoci al centro del più che convincente biopic: la relazione segreta tra la giovane diva e l'attivista per i diritti civili Hakim Jamal, l'operazione illegale di sorveglianza dell'Fbi, la campagna diffamatoria con la complicità della stampa compiacente - che fa saltare il già instabile equilibrio psichico di Jean Seberg... Razzismo, poteri occulti, diritti costituzionali violati e fake news. Ieri uguale a oggi, o quasi.

E oggi uguale a ieri è la sensazione che procura l'altro titolo politicissimo passato nel pomeriggio al Lido, il documentario The Kingmaker di Lauren Greenfield, definita dal New York Times «la più grande documentarista visiva americana della plutocrazia»: cento minuti di ritratto-intervista (con moltissimo spazio ovviamente per le voci «contro») dell'indomita Imelda Marcos, che oggi ha 90 anni, ma è stata prima una splendida Miss Manila, poi la moglie fedelissima dell'infedelissimo presidente-dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, quindi la first lady più celebre degli anni '60 e '80, una icona pop che quando fuggì dal suo Paese, nel 1986, lasciò dietro di sé una nazione in ginocchio, un Palazzo preso d'assalto dalla folla, una collezione di 3mila paia di scarpe ma anche l'affetto indelebile e la voglia di rivalsa di moltissimi filippini. Cosa che le ha permesso (incredibilmente) di tornare a Manila nel 1991, di farsi eleggere nella Camera dei Rappresentanti, rifarsi una seconda vita politica (grazie al denaro incalcolabile che i Marcos erano riusciti a nascondere) e a trasformarsi da Regina in kingmaker. Ossia colui o colei - che ha grande influenza in una successione monarchica o politica, senza poter però essere un possibile candidato. Oggi Ferdinand «Bongbong» Marcos jr., suo figlio, è senatore, e nel 2016 ha perso per un pugno di voti la carica di vicepresidente delle Filippine.