La politica usa la storia tra feste nazionali e memoria "di Stato"

La proliferazione di ricorrenze e leggi chiude la porta a letture differenti dei fatti. E lo dice un uomo che ha subito il peso della Shoah...

Alcuni anni or sono Pierre Nora, il grande storico accademico di Francia e capostipite di un filone storiografico basato sui «luoghi della memoria», fu l'animatore insieme a René Rémond di un'associazione chiamata «Liberté pour l'histoire» che promosse un appello contro i rischi della «moralizzazione retrospettiva della storia e di una censura intellettuale». Quel documento, firmato da un gruppo di studiosi di formazione diversa da Pierre Milza a Mona Ozouf, da Marc Ferro a Paul Veyne , sosteneva che «la storia non deve essere schiava dell'attualità né essere scritta sotto dettatura da memorie concorrenti» e si rivolgeva ai politici di ogni schieramento perché comprendessero che «se hanno l'obbligo di custodire la memoria collettiva, con devono istituire, con una legge e per il passato, delle verità di Stato la cui applicazione giudiziaria» avrebbe potuto avere «gravi conseguenze per il mestiere dello storico e per la libertà intellettuale in generale». Il documento suscitò molte polemiche ma riscosse anche molti consensi, ed era un autorevole atto d'accusa contro ogni forma di «storia ufficiale» o ideologica, contro la gestione politica della memoria collettiva.

Nora è uno studioso di origine ebraica che ha saputo coniugare l'attività di ricerca accademica con il lavoro di direttore editoriale di una importante casa editrice francese. La sua preoccupazione principale è sempre stata quella di contribuire al recupero del senso di appartenenza nazionale da parte dei francesi, troppo a lungo indottrinati dalla versione resistenziale della guerra imposta alla memoria collettiva e nazionale dal generale Charles de Gaulle in un famoso discorso in cui aveva sostenuto che, con l'eccezione di poche pecorelle smarrite, tutta la Francia era entrata nella Resistenza. Per Nora ciò non era vero perché un tale approccio metteva in ombra o sottovalutava tradizioni storiche diverse. Il punto fondamentale, tuttavia, era che l'imposizione di questa vulgata implicava una «politicizzazione della storia» sotto «il peso della contemporaneità» e con una «chiusura nel presente»: si consumava un «allontanamento dal passato» e si realizzava «il consumo generalizzato di una storia senza nessun possibile ricorso alla minima forma di discriminazione critica».

In un piccolo ma succoso libro, introdotto da Antoine Arjakosky, dal titolo Come si manipola la memoria. Lo storico, il potere, il passato (La Scuola, pagg. 96, euro 8,50), Nora sottolinea, con riferimento alla Francia (ma il discorso può essere esteso ad altri Paesi), come fossero apparsi nell'ultimo ventennio due fenomeni, paralleli e in certa misura collegati, rivelatori della tendenza mistificatrice a leggere e considerare il passato con gli occhi della contemporaneità e della visione politica dominante. I due fenomeni sono la proliferazione delle ricorrenze nazionali e le leggi sulla memoria storica. Nora ricorda come, fra il 1880 e il 1990, fossero state istituite soltanto sei festività a carattere nazionale (tra le quali quella del 14 luglio e quella dedicata a Giovanna d'Arco), mentre nel solo periodo 1990-2005 ne fossero state create altre sei (come quelle che ricordano le persecuzioni antisemite o la fine della guerra d'Algeria). La differenza tra le prime e le seconde è, a parere dello studioso, netta e sostanziale: «le sei grandi manifestazioni nazionali del XIX e XX secolo costituivano grandi momenti collettivi di tregua nazionale; le sei più recenti non mobilitano che gruppi ristretti ed esprimono soltanto la pressione sul potere da parte dei militanti e il successo delle rivendicazioni sostenute dalle loro associazioni». Il discorso potrebbe essere traslato nella realtà italiana con riferimento a date si pensi, per esempio, al 25 aprile o al 2 giugno che per molti potrebbero apparire più divisive che unificanti.

Il secondo fenomeno denunciato da Nora è quello delle cosiddette «leggi sulla memoria» volute o dalla sinistra o dalla destra, gli interventi legislativi cioè che puniscono la negazione del genocidio degli ebrei o condannano lo schiavismo e la tratta degli schiavi e via dicendo. Si tratterebbe, secondo Nora, di una deriva legislativa inquietante e pericolosa, sia perché rischia di «paralizzare la ricerca» e di «ricordare in modo spiacevole le logiche totalitarie», sia perché appare contraria a ogni forma di approccio storiografico. Scrive Nora che questa deriva legislativa esprime «la tendenza a leggere e a riscrivere l'intera storia dal punto di vista esclusivo delle vittime e una propensione, inaccettabile, a proiettare sul passato dei giudizi morali che non appartengono che al presente, senza tenere nella minima considerazione quella differenza tra periodi storici che è lo stesso oggetto della storia, la ragione del suo apprendimento e del suo insegnamento».

Naturalmente Nora, la cui esistenza è stata marcata profondamente dalla Shoah, pur diffidando della legislazione francese contro il negazionismo, non propone una messa in discussione di tale normativa, perché questa ipotesi potrebbe essere vista come un incoraggiamento per chi nega il genocidio. Avverte però che il rapporto fra storia e politica è molto delicato. I politici, a suo parere, hanno il dovere di interessarsi del passato per comporre la memoria collettiva riparando i torti subiti dalle vittime e onorandone la memoria, ma «non attraverso leggi che definiscano i fatti e ne scrivano la storia». Il compito di stabilire i fatti e di cercare la verità è essenzialmente dello storico.

Quella di Nora è una riflessione sofferta da parte di uno studioso di grande e riconosciuto spessore il quale, partito dalla storiografia delle Annales, è approdato, attraverso la critica alla storiografia positivistica e a quella marxista, ai lidi di una Nouvelle Histoire dai confini più ampi che recupera l'insegnamento di Marc Bloch. È una riflessione che, rifiutando le vulgate storiografiche di ogni colore e volendo liberare la ricerca dai condizionamenti del potere politico, nasce da profondo di uno spirito autenticamente libero e liberale.

Commenti
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mortimermouse

Sab, 14/05/2016 - 09:31

non solo! ma sappiamo benissimo che la resistenza ha manipolato pesantemente la storia della guerra civile in italia: i comunisti imposero la loro volontà anche sugli altri partigiani ( della corrente politica vicina alla DC, o alla chiesa, o socialisti, ecc), senza contare gli orrendi omicidi stile brigate rosse (la loro tattica nasce proprio durante la resistenza!) e i famosi stupri antifascisti! sono anni che negano, la la verità c'è ed emerge sempre!!

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rosario.francalanza

Sab, 14/05/2016 - 12:22

Assolutamente condivisibile l'intervento di Francesco Perfetti (ottimo storico che ho spesso occasione di apprezzare su Rai Storia). I firmatari di «Liberté pour l'histoire» hanno messo l'accento su un problema serio. Nel 1980, venne trasmessa una fiction (o sceneggiato, come allora si diceva) tratta da 'Uomini e no' di Vittorini; mi ricordo che una recensione sottolineava la distanza di 35 anni dal 1945 (anno in cui si svolgeva la trama), e, più o meno, affermava come le divisioni della guerra e della Resistenza si stessero ormai affievolendo, e come tutta la storia fosse trattata in modo 'lontano' e 'superiore' a quei fatti, che gli anni stavano ormai consegnando alla Storia. Oggi si verifica un fenomeno strano, per cui, dopo 70 anni (il doppio di anni), tante passioni e schieramenti, se non odi e intolleranze, ricatti e rancori, stanno ricomparendo, branditi, incomprensibilmente, da persone che non hanno certo vissuto quegli anni!

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semovente

Lun, 16/05/2016 - 18:58

In Italia uno storico di primissimo ordine, Renzo De Felice, di estrazione comunista, è stato boicottato e talvolta minacciato dalla sinistra per aver fatto uno studio serio, onesto ed approfondito del Fascismo e delle vicende che hanno caratterizzato gli anni a fine 2^ Guerra Mondiale. Studio divulgato in una monumentale opera che avrebbe avuto un "seguito" a completamento se non fosse sopraggiunta la morte del Professor De felice. Non ne parliamo poi se analoghi studi, anche se in formato minore ma ugualmente seri, vengono svolti e proposti da giornalisti altrettanto seri e colmo dei colmi di estrazione sinistrorsa.