Da Popper a Von Hayek. Il maestro Antiseri spiega i maestri liberali

Rubbettino pubblica le riflessioni sul potere del filosofo che ha introdotto in Italia le idee della Scuola di Vienna. Sono un viatico contro lo Stato onnivoro e tirannico

«Un'idea, una buona idea, è veramente rara». Dario Antiseri non si è mai stancato di ripetere questo aforisma attribuito ad Albert Einstein che è un po' il nocciolo teorico dell'epistemologia evoluzionistica agli allievi che hanno avuto la fortuna di incrociarlo nei loro studi. Ma anche le persone eccezionali sono rare. Veramente rare. E Antiseri è sicuramente una di queste.

Professore di Filosofia della Scienza a Padova fino al 1986 e poi indimenticato Professore di Metodologia delle Scienze Sociali alla Luiss di Roma, Antiseri è conosciuto soprattutto per aver introdotto in Italia tra mille resistenze il pensiero politico di Karl R. Popper. Oltre che, naturalmente, per aver dato vita, insieme a Giovanni Reale, ai due splendidi volumi (poi ampliati a tre) de Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, un manuale di filosofia sul quale hanno studiato generazioni di liceali dagli anni '80 in poi. L'opera di Antiseri, però, non può essere ridotta a questi due, pur considerevoli, exploit. Con il suo Teoria unificata del metodo (Utet, pagg. 324, euro 25,50), pubblicato per la prima volta nel 1981, Antiseri riesce solo per fare un esempio in qualcosa che, all'epoca, appariva impensabile: dimostrare che l'epistemologia del fallibilismo popperiano («congetture e confutazioni» oppure, meglio, «problemi-teorie- critiche») è in realtà il metodo di tutte le scienze, dalla fisica alla sociologia, dalla diagnosi clinica all'ermeneutica.

Le ragioni della libertà (Rubbettino, pagg. 134, euro 13), che esce proprio in questi giorni in libreria, è uno splendido modo per ripercorrere la traiettoria intellettuale di Antiseri. Molto utile anche a chi si avvicina per la prima volta al suo pensiero. Il libro riproduce integralmente un colloquio tra Antiseri e Juan Pablo Marcos Bay sui protagonisti della Grande Vienna. Colloquio in parte già pubblicato nel terzo volume La Escuela Austriaca desde adendro. Historias e ideas de sus pensadores (Unión Editorial, pagg. 456, euro 18,72), fino ad oggi inedito in lingua italiana. Si parte, naturalmente, da Karl R. Popper e dall'ostilità con cui il suo pensiero e soprattutto il suo capolavoro politico, La società aperta e i suoi nemici è stato accolto in Italia. «Peregrinai in più di una città ricorda Antiseri bussai alla porta di parecchi editori. Oltre alle difficoltà ideologiche, c'era anche il costo dell'edizione di un'opera in due volumi di 700 pagine totali. Spossato da una mia irremovibile costanza, l'editore Armando di Roma, per porre fine alle mie insistenze, telefonò, me presente, al filosofo italiano allora più prestigioso, il quale emise la seguente sentenza: Cosa vuoi, Armando; Popper è un pover'uomo e Antiseri è un ragazzo entusiasta».

Dovranno passare quasi altri dieci anni prima della pubblicazione, nel dicembre del 1973, del primo volume della Società Aperta (Platone totalitario). Nel gennaio 1974 esce anche il secondo volume (Hegel e Marx falsi profeti). Ma per almeno un altro decennio Popper continua ad essere definito un «dilettante» (Rinascita, 1974) o un «maccartista» (Critica marxista, 1977). Malgrado il combinato disposto di «marxisti ostili, liberali crociani diffidenti e cattolici sostanzialmente indifferenti», alla fine a spuntarla sarà la tenacia di Antiseri e la profondità delle intuizioni popperiane. Tanto che oggi, anche in Italia, il filosofo austriaco è forse il pensatore contemporaneo più conosciuto e più citato (spesso a sproposito).

Antiseri ci accompagna in questo viaggio tra i protagonisti della Grande Vienna con aneddoti, citazioni e riflessioni su Ludwig Wittgenstein (oggetto della sua tesi di laurea nel 1963), Albert Einstein, Hans Kelsen, Sigmund Freud e la psicoanalisi («non scientifica perché non falsificabile»), Eugene von Böhm-Bawerk, Carl Menger, Ludwig von Mises e, naturalmente, Friedrich A. von Hayek. Sullo sfondo, un impianto epistemologico consistente e convincente, da cui scaturisce una teoria politica quella liberale che deriva dalla consapevolezza «della propria e dell'altrui fallibilità, e della propria e dell'altrui ignoranza».

Liberale, secondo Antiseri, è chi è cosciente che «il potere tende a corrompere e che il potere assoluto corrompe assolutamente»; chi non si pone la domanda «chi deve comandare?» ma cerca di rispondere alla domanda «come si controlla chi comanda?»; chi difende l'economia di mercato come presupposto dello Stato di diritto; chi rifiuta l'idea secondo la quale al di sopra dell'individuo ci sarebbero entità come il partito, la classe, lo Stato; chi «sa che non tutte le istituzioni e non tutti gli eventi storico-sociali sono esiti di piani intenzionali»; chi, sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale, «difende, contro lo Stato onnivoro, i corpi intermedi e le formazioni spontanee»; chi non confonde la laicità con l'anticlericalismo. Liberale, insomma, «nella tradizione di Luigi Einaudi e don Luigi Sturzo», è il cittadino della società aperta, consapevole della fallibilità della conoscenza umana e della legge di Hume («dai fatti non sono derivabili i valori»): un laico che combatte fin che può con le parole invece che con le spade, «ma che sa opporsi con la spada a quanti usano la spada per opprimere gli altri». Snello e con il ritmo serrato che si addice a un libro-intervista, Le ragioni della libertà si legge tutto d'un fiato. E per una volta, parafrasando von Hayek, con i tanti liberali falsi che ci circondano, è un sollievo rifugiarsi nella lettura di un liberale vero come Antiseri.

Commenti
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Giano

Mer, 01/06/2016 - 14:03

Anche i liberali oggi non esistono più. Non c'è più niente che sia ciò che dovrebbe essere; è tutto pseudo-qualcosa. Tutto sembra ciò che non è. Anche Bersani, fresco vincitore delle elezioni, ospite da Vespa, si definì "liberale". Liberale deve sentirsi anche Veltroni, quello che, dopo essere cresciuto a pane e Marx ed aver ricoperto tutte le cariche possibili all'interno del PCI, disse "Non sono mai stato comunista". Liberali devono essere anche i compagni che oggi si spacciano per progressisti, riformisti e democratici. E così in un mondo in preda alla più totale confusione, in una realtà alterata e manipolata strumentalmente, in cui sembra avere ragione chi urla più forte, chi è dotato di buone capacità dialettiche o chi appare più spesso in TV, Popper è scomodo, come sono scomodi tutti coloro che ragionano usando la testa, e non il portafoglio, la bandiera ideologica o la tessera di partito.

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Giano

Mer, 01/06/2016 - 14:05

Certo che, caro Mancia, bei tempi quelli di Toqueville e della Città dei liberi.

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Giano

Mer, 01/06/2016 - 14:30

Caro Mancia, sarà una semplice curiosità, ma ci dà la misura di cosa sia oggi la società, la cultura, la politica e l'informazione. Proprio sotto questo pezzo c'è da due giorni un box con la notizia di un incontro fra Belen e Corona. Belen è quasi ospite fissa nella prima pagina del Giornale (e di molti altri siti), Popper lo vediamo una volta all'anno. Allora, cosa vogliamo pretendere da un mondo che dedica più attenzione e spazio a Belen Rodriguez che a Karl Popper? C'è speranza di migliorare? No.