Un posto a teatro

C'è del sacro, in questo spettacolo officiato come un rito della mente attraverso gesti e suoni ancestrali dei corpi e della natura. C'è del sacro, sebbene dionisiaco, dal primo istante: il rumore del tuono, o del Destino, riprodotto, come gli altri rumori, ai confini della realtà eppure con semplicità miracolosa. È uno schock culturale, questo Macbeth sardo (con sottotitoli), in cui il medioevo scozzese non diventa barbaricino, perché lo è già: la lingua nuragica potrebbe essere qualunque sussurro del Fato, incomprensibile arriva, incomprensibile va, eppure potente, inarrestabile, primordiale e dunque sempre umano. Questo forse il segreto di un successo che dura da due anni, è stato Premio Ubu e torna ora in Sardegna per poi partire: Francia, Bulgaria, Portogallo, Perù, Giappone, Spagna. Che il mondo stia con questo capolavoro di Alessandro Serra (regia, scene, luci, costumi, adattamento) e goda: di una compagnia di soli uomini, sardi elisabettiani, che si fanno cani, dark lady, streghe (indimenticabili, geniali), bosco e maschere, guerrieri e fantasmi. Il dolore d'esser lupi tra i lupi, di doversi scannare per cedere con onore al dramma dell'esistenza è in ogni scena, concreto eppure più che mai poetico, perché coronato da idee di regia di impatto visto prima solo in Nekrosius: l'uccisione di Duncan, il banchetto reale, la morte di lady Macbeth, l'avanzata dell'incendio rimangono nella memoria come un dolce incubo temuto da sempre. Da vedere assolutamente.

MACBETTU Sassari, Teatro Comunale, 27 aprile; Roma, Teatro Argentina, 2-6 maggio; poi in tournée.