Quel potere che prese il volo dalla cupola di Brunelleschi

Nel romanzo di Strukul, la realizzazione del capolavoro fiorentino segna l'ascesa della casata che lo finanziò

Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo. Un po' alla volta raggiunse la base della cupola in costruzione, quello che gli architetti e i capimastri chiamavano il tamburo. Lo sguardo fuggì oltre la struttura: nella piazza sottostante, il popolo di Firenze guardava Santa Maria del Fiore con gli occhi sbarrati. Cardatori, mercanti, macellai, contadini, prostitute, osti e viandanti: tutti parevano innalzare una muta preghiera perché il disegno di Filippo Brunelleschi trovasse finalmente realizzazione. Quella cupola, che tanto avevano atteso, stava finalmente prendendo forma e a riuscire nell'impresa pareva proprio dover essere quell'orafo pazzo e calvo, dai denti guasti e dal temperamento incendiario. Cosimo lo vide vagare come un'anima in pena fra i mucchi di materiale e le colonne di mattoni: la mente assorta, quasi assente, e invece rapita da chissà quali e quanti calcoli. Il volto, illuminato dagli occhi così chiari da somigliare a gocce d'alabastro, che sfavillavano sulla pelle bianca e schizzata d'ogni sorta di colore e materia. Il canto dei martelli lo risvegliò da quell'ennesimo momento di smarrimento. I fabbri erano al lavoro. L'aria recava le mille voci di suggerimenti e istruzioni. Cosimo inspirò a lungo, poi spostò lo sguardo in basso, ai piedi dell'ottagono. Il gigantesco argano concepito da Filippo Brunelleschi girava su se stesso senza posa. I due bovi alla catena procedevano placidi in un muto cerchio. Incedevano in tondo, condotti da un giovane garzone e, in quel moto di rotazione, mettevano in funzione ruote dentate e ingranaggi posti sul fusto dell'argano che, così facendo, sollevavano blocchi di pietra dal peso infinito, issandoli ad altezze che mai sarebbero state raggiunte in un modo diverso. Brunelleschi aveva escogitato macchine stupefacenti, le aveva disegnate, aveva chiamato i migliori artigiani e facendo lavorare senza posa i suoi manovali aveva ottenuto in tempi rapidi un intero arsenale di meraviglie che permettevano di sollevare e collocare in punti precisi lastre di marmo e parti di telaio in legno per i ponteggi, decine di sacchi di sabbia e calcina. Cosimo avrebbe voluto gridare per liberare tutta la gioia e la soddisfazione nel vedere il modo mirabile in cui procedevano i lavori. Nessuno era riuscito a immaginare una cupola per la pianta ottagonale della tribuna, nessuno! Sessantadue braccia di lunghezza erano un'infinità e Filippo aveva disegnato una cupola con una campata superiore a quella misura, senza l'ausilio di alcun supporto visibile. Niente contrafforti esterni né centinature in legno, incorporate nella struttura come aveva proposto in precedenza Neri di Fioravanti. Aveva lasciato a bocca aperta l'Opera del Duomo, che aveva commissionato la realizzazione della cupola. Brunelleschi era un genio o un folle. O forse entrambe le cose. E i Medici avevano sposato quel genio e quella follia! Cosimo per primo. Sorrise di quell'audacia e rifletté sul significato che un simile traguardo avrebbe avuto non solo per la città ma anche per la sua persona.

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«Che ne pensate, messer Cosimo?». La voce sottile ma ferma era quella di Filippo. Cosimo si voltò, quasi di scatto, e se lo ritrovò davanti, magro come un fantasma, con gli occhi spiritati. Indossava una tunica rossa e nient'altro. Lo sguardo liquido, un misto di orgoglio e ostilità che ne certificavano il carattere ribelle e violento, che d'un colpo s'addolciva, quando incontrava uno spirito grande. Cosimo non sapeva se appartenesse o meno a quella schiera, ma di certo era il primogenito di Giovanni de' Medici, capostipite della famiglia che aveva contribuito senza riserve al finanziamento e alla realizzazione dell'opera e che aveva dato l'appoggio più importante alla candidatura di Brunelleschi. «Magnifico, Filippo, magnifico». La sua bocca era pronta a dar voce all'incredulità che albergava nello sguardo. «Non speravo di vedere un simile progresso». «Siamo ben lontani dalla fine, su questo voglio esser chiaro. Quello che più conta, messere, è che mi si lasci lavorare». «Fino a quando vi saranno i Medici, fra i primi mecenati di una simile meraviglia, non avrai nulla da temere. Su questo hai la mia parola, Filippo. Abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo». Brunelleschi annuì. «Proverò a completare la cupola secondo i canoni classici, come da progetto». «Non ho alcun dubbio, amico mio». Mentre parlava con Cosimo, lo sguardo di Filippo guizzava in mille direzioni: verso i muratori che preparavano la malta e ponevano i mattoni uno sull'altro, e poi sui fabbri che martellavano senza requie, fino ai carrettieri che trasportavano sui carri i sacchi di calcina, giù nella piazza. Nella mano sinistra stringeva un foglio di pergamena sul quale aveva realizzato uno dei tanti disegni preparatori. Nella destra uno scalpello. Chissà cosa diavolo aveva intenzione di combinare con quello. Ma tant'era. Poi, così com'era apparso, Brunelleschi si congedò con un cenno del capo, sparendo fra le travi in legno e le strutture della cupola interna, inghiottito da quell'opera colossale e inquieta, fremente di energia e brulicante di vita. A Cosimo rimase solo la visione imponente degli archi in legno mentre le voci risuonavano intorno al salire dell'ennesimo carico, issato dall'argano. A un tratto sentì una voce aspra dietro di sé che lacerava l'aria. «Cosimo!». Si girò, appoggiandosi al ponteggio, e vide suo fratello Lorenzo, avanzare nella sua direzione. Non ebbe nemmeno il tempo di salutarlo. «Nostro padre, Cosimo, nostro padre sta per morire».