"Il premio Campiello? Ti fa diventare popolare restando un autore colto"

Il vincitore: "Il mio romanzo vuole indagare gli abissi del Male per capire cos'è l'arte"

da Venezia

Ha vinto un romanzo sul rapporto tra genio e follia, sull'arte e le sue conseguenze, sul Male come possibile ispirazione. Alla 57^ edizione del Campiello, il premio di Confindustria Veneto, sabato sera si è piazzato primo - dopo uno spoglio combattuto - Andrea Tarabbia e il suo Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri), senza mettere grandi distanze tra sé e gli altri quattro finalisti, in ordine di arrivo: Giulio Cavalli e Carnaio (Fandango), Paolo Colagrande e La vita dispari (Einaudi), Il gioco di Santa Oca di Laura Pariani (La nave di Teseo) e Francesco Pecoraro con Lo stradone (Ponte alle Grazie). Ha vinto un romanzo che vede protagonista un madrigalista omicida, Gesualdo da Venosa, e le sue memorie, ritrovate da Igor Stravinskij tre secoli dopo.

Un libro colto, letterario, stratificato: che lettore ci vuole?

«Curioso di leggere storia ambientata in una delle epoche più obliate del millennio, il Seicento. Una storia fondativa perché Gesualdo è un prima e un dopo nella storia della nostra musica e della nostra percezione estetica: solo che non lo conosciamo».

Anche il Campiello è considerato «colto»: per un Premio letterario contemporaneo è una battaglia già persa o tutta da combattere?

«Dovrei potermi proiettare nel 2039 e vedere come andrà. Il Campiello ha un sistema di selezione dei romanzi abbastanza puro e anche un po' antico, nel senso nobile del termine: a loro non frega niente dell'editore o dei giochi di potere. Guardano il testo. E consegnano spesso a una giuria popolare libri più complessi rispetto alla media dei libri di altri premi importanti».

Una parte non scritta del «regolamento», diciamo.

«O piuttosto una conseguenza del fatto che la produzione letteraria italiana è cambiata e hanno trovato spazio nei premi libri altri rispetto ad alcuni anni fa: vedi Durastanti o Pincio. Facciamo una letteratura meno semplicistica di quel che pensiamo di fare e ce ne rendiamo conto solo quando arrivano i premi. Vedi Albinati con lo Strega».

I fenomeni editoriali veri però raramente passano dai premi.

«Bene. Perché i premi dovrebbero essere strumenti che mettono su chi vende duemila copie, ma fa bene il suo lavoro, una bandierina che dice al lettore: Guardate che non ci sono solo le icone pop della letteratura. Vedi il Nobel: né Murakami né Roth hanno bisogno di vincerlo. Non significa che premio sia sinonimo di qualità, ma di pubblica utilità di sicuro».

Vale anche per la cinquina di quest'anno?

«In lizza c'erano cinque autori non stranoti, o addirittura non noti per niente, con cinque libri letterari di matrice molto diversa: Colagrande e la via Emilia, la riflessione di Pecoraro, un Seicento molti diverso dal mio per la Pariani e la distopia di Cavalli. Come se noi fossimo cinque istantanee delle tendenze della letteratura italiana di oggi».

Il suo quindi che Seicento sarebbe?

«È un secolo di matti, in cui si sono avvicendati geni assoluti come Gesualdo, Monteverdi, Palestrina, Caravaggio, ma che ha perso sua battaglia con altri secoli perché '400 e '500 si sono mangiati ciò che è venuto prima e dopo».

È questo che l'ha affascinata?

«Mi trovo comodo nel raccontare i mondi che muoiono e mi piace pensare di avvistare dentro questi mondi, o uomini, o popoli, i primi vagiti delle epoche successive. Nella vita di Gesualdo c'è il Rinascimento che si esaurisce, Manierismo e Barocco che mettono i primi semi».

L'arte ha bisogno di gesti estremi, come gli omicidi di Gesualdo?

«Non è certo che Gesualdo abbia avuto bisogno di quei gesti per sviluppare la bellezza, ma Stravinskij, ad esempio, non ne ha avuto certo bisogno: genio e follia e genio senza follia non sono in competizione, come vorrebbe l'ideale romantico dell'artista o perfino dello scienziato spettinato o mezzo matto».

Lunga è la lista dei libri che ha usato per documentarsi.

«Tutti i libri di e su Stravinskij, Carlo Gesualdo, la Napoli dell'epoca, la stregoneria e l'alchimia. Il libro che nei quattro anni e mezzo che ho impiegato a scrivere il romanzo ha segnato il prima e il dopo è Il quinto evangelio di Mario Pomilio. Molto Malaparte, Volponi, Tobino, che appaiono in singole pagine sotto forma di citazione mascherata. E poi la formazione sulla musica che mi sono dovuto fare».

Lei non è un filologo come Alessandro Baricco, dunque.

«Quello è il trucco: devi far credere di essere quello che non sei. Sono un appassionato ma ho dovuto studiare, farmi delle idee andare da persone che ne sanno a chiedere se le idee erano giuste».

Tra le molte voci del libro, Lei dice di identificarsi nel servo deforme Gioachino.

«Non solo perché è il narratore delle memorie di Gesualdo, ma perché è stimolante, dal punto di vista creativo, travestirsi nel personaggio più ributtante o sfigato, per entrare nei meandri della storia che si sta raccontando come una mosca che osserva le nostre vite dal muro».

Che cosa Le ha dato il Campiello?

«Sembra una paraculata, ma ci tengo a dire che nei due Campiello che ho fatto ho trovato persone a cui voler bene: Bertante e Doninelli, Colagrande e Cavalli sono diventati amici con cui cazzeggiare su Whatsapp in vacanza. Nessuno di noi scrittori è miliardario, quindi non possiamo fare come Moravia e Pasolini sul litorale a giugno: dobbiamo andare a lavorare e rispetto ai fasti dei salotti e dei giri in spider facciamo vite spezzettate. Ma quando ne abbiamo la possibilità ci si trova: si parla male degli altri, si discute dei nostri libri e di come vorremmo fosse fatta la letteratura italiana. Quello degli scrittori individualisti e solipsisti è un mito».

Che cosa cambierà con la vittoria?

«Nel quotidiano niente, non voglio fare lo scrittore a tempo pieno. Mi piace anche fare altri lavori e rompermi le palle nei contatti col mondo. Spero che qualcosa cambi nelle vendite e nella percezione che si ha di me. Il Campiello ti dà la patente: da sabato sera dovrei saper guidare e gli altri sapere che ho la macchina. Poi vediamo».