Il presidente poeta in lotta contro la dittatura: una mostra per riscoprire Vaclav Havel

Cimeli, manifesti e foto per ricordare il coraggioso intellettuale cecoslovacco

Milano non dimentica Vaclav Havel, drammaturgo di fine intelletto e primo presidente della Cecoslovacchia liberata dal giogo comunista, dopo la Rivoluzione di Velluto che nell'89 aprì le porte alla democrazia. Lo scorso 5 ottobre avrebbe compiuto ottant'anni, e il Centro Ceco del capoluogo ambrosiano lo ha voluto omaggiare con alcune iniziative, volte a far conoscere anche alle giovani generazioni una delle figure più importanti della storia e della cultura contemporanea, il cui pensiero orientato ai principi della libertà e della non violenza è valido oggi e negli anni a venire. Ultimo evento in ordine di tempo è la mostra La nascita di Ferdinand Vanek alias Vaclav Havel: I diversi volti di Vaclav Havel. In esposizione fino al 4 dicembre al Salone di via Dini, raccoglie rarità (manifesti, foto di scena) inerenti i suoi tre lavori teatrali più famosi a livello internazionale L'udienza, Vernissage e La firma - concepiti negli anni duri della dissidenza contro il governo sovietico, quando il sogno della Primavera di Praga era già finito da un pezzo sotto il peso dei carrarmati di Breznev.

Il giovane drammaturgo Havel osservava con raccapriccio la non evoluzione del suo Paese, e sempre più limitato nei suoi movimenti riuscì comunque a ritagliarsi, con queste tre pièce, degli spazi autonomi. Protagonista de L'udienza è Ferdinand Valek -alter ego dell'autore- modesto lavoratore imbrigliato suo malgrado nelle assurde logiche del neostalinismo. In Vernissage c'è l'incontro-scontro tra un intellettuale che non rinuncia ai propri ideali e una coppia che per quieto vivere accetta la dittatura, e infine con La firma la contrapposizione riguarda due scrittori, uno contrario (il Valek gemello di Havel) e l'altro favorevole al regime.

Sono opere che dimostrano come lo scrittore non rinunciasse, anche in contesti psicologicamente difficili da gestire, al ghigno sardonico, alla convinzione che una risata o prima o poi avrebbe seppellito il mostro totalitario. Quando poi la sua situazione personale divenne insostenibile, finendo in carcere per cinque anni reclusione motivata dal fatto che insieme ad altri aveva dato vita a Charta 77, movimento per il rispetto dei diritti umani l'ironia di sempre si tramutò in dolorosi slanci poetici, suggellati nella corrispondenza privata con la moglie (raccolta nel libro Lettere a Olga).

Havel è sempre stato, per tutto il corso della sua vita, un individuo nelle cui vene scorreva in egual dose il sangue del politico e il sangue dell'artista. L'esaltante quanto inaspettata escalation istituzionale ha fatto spesso dimenticare a noi occidentali i suoi meriti artistici, di intellettuale colto che non solo era in grado di riversare nei lavori il suo rigore morale, ma conosceva anche a menadito la tradizione teatrale europea, e sentiva in particolare un'affinità elettiva col teatro dell'assurdo. Un aspetto, quello del genio letterario, emerso nell'ambito delle celebrazioni organizzate dal Centro Ceco. La serata Vaclav Havel da vicino - con la Compagnia Pacta che nel Salone via Dini ha letto alcuni passaggi della sua produzione - così come i due film proiettati all'Oberdan il documentario Vaclav Havel: un uomo libero e il lungometraggio di fiction Uscire di scena, in cui Havel ammicca ironicamente a se stesso, interpretando la parte di un presidente costretto a sloggiare dai suoi appartamenti hanno offerto il ritratto esaustivo di un uomo che, a parte l'inevitabile resa al male incurabile che lo ha stroncato cinque anni fa, per il resto ha vinto le sue battaglie. Ed erano tutte battaglie giuste.