Un programma liberale dedicato ai nuovi sindaci

La prima riforma è la semplificazione delle norme. Una città burocratizzata e (troppo) pianificatrice non può essere giusta

Carlo LottieriIn questi mesi, che vedranno le più importanti città al centro di accesi confronti pubblici in vista delle prossime elezioni amministrative (a Roma e Milano, in primo luogo), sarebbe opportuno riflettere su cosa può realmente favorire il pieno dispiegarsi delle potenzialità dei nostri centri. E a tal fine un testo assai utile è l'ultimo lavoro di Stefano Moroni (Libertà e innovazione nella città sostenibile. Ridurre lo spreco di energie umane, Carocci, pagg. 168, euro 17), in cui si esaminano le condizioni istituzionali che possono permettere una migliore convivenza e un rilancio della dimensione urbana.Studioso di scuola liberale che da anni si occupa di pianificazione territoriale e società, in questa sua ricerca Stefano Moroni esamina il rapporto tra la città e il sistema regolatorio per evidenziare come sia necessario rifiutare quella visione semplicistica secondo cui ogni problema può essere risolto da una norma. Le regole sono cruciali ed è importante averne di buone, ma esse sono soltanto la premessa per quelle intraprese umane che possono davvero garantire a una città di essere dinamica, bella, attraente, ospitale, vivace. Le regole vanno allora pensate come una cornice istituzionale, la quale non risolve direttamente i problemi né può farlo, ma ci aiuta a convivere e affrontare il futuro.In questo senso quella a cui pensa Moroni per ricordare un suo precedente testo è una «città intraprendente», nella quale le regole siano primariamente vincoli ad azioni invasive dei diritti altrui e strumenti posti a protezione di quei medesimi diritti. Una notevole enfasi è posta allora sul nesso tra proprietà e libertà, oltre che sulla necessità di ampliare gli spazi di libera iniziativa di individui, imprese, associazioni.A quanti hanno ruoli di governo e amministrazione, Moroni suggerisce non già di lanciarsi in grandi opere costose e invasive, spesso all'origine di sprechi e corruzione, bensì di operare una reale semplificazione normativa radicale, che elimini discrezionalità e regole di dettaglio, favorendo la creatività in ogni ambito. In un capitolo del libro viene pure espressa una netta preferenza per quelle piccole iniziative che, in moltissimi contesti, a costi limitati sono in grado di produrre rilevanti ricadute.L'autore non manca di scagliarsi contro vari luoghi comuni che dominano il dibattito politico, la riflessione urbanistica, le logiche dell'amministrazione. Assai convincente, ad esempio, è quanto egli scrive sul ruolo che la pianificazione del territorio ha avuto negli Stati Uniti nel causare la recente crisi finanziaria, legata ai mutui sulle case e in larga misura correlata a scelte normative che hanno distorto i comportamenti di costruttori, risparmiatori, banche e altri soggetti. Egualmente controcorrente e interessanti sono le pagine sulla (reale o presunta) bomba demografica, sul mito della carenze di risorse naturali, sul consumo del territorio e via dicendo.Lo studio di Moroni ha molti meriti e uno tra gli altri: quello di riutilizzare il linguaggio corrente nella pubblicistica dominante sapendo piegarlo, però, a evidenziare ciò che i più non sanno vedere. Un termine come «sostenibilità», ad esempio, solitamente è usato per suggerire soluzioni variamente autoritarie di taglio ecologista, ma in questo caso la logica è ben diversa: basti pensare ai passi in cui si sottolinea la necessità di riconoscere il ruolo che il trasporto privato sta svolgendo e svolgerà anche in futuro nelle nostre città. Mentre è un luogo comune ormai stantio quello che esalta i mezzi pubblici, qui si sottolinea come sia importante nel Ventunesimo secolo favorire al meglio una molteplicità di sistemi di trasporto e tra questi, senza dubbio, anche l'automobile.Pure un altro termine che compare nel titolo, «spreco», è spesso al centro delle solite lagne contro il nostro essere asociali, irresponsabili, incivili e individualisti. E invece Moroni punta il dito piuttosto contro un sistema regolatorio asfissiante e arbitrario che ogni giorno ci impedisce d'interagire al meglio e ci condanna, di conseguenza, a sprecare tempo, risorse ed entusiasmo.Il libro di Moroni, allora, aiuta a capire come una città giusta non sia una società pianificata e controllata, in cui il ceto politico-burocratico distribuisce risorse e fissa obiettivi che tutti noi, insieme, dobbiamo passivamente perseguire. Semmai è giusta una società in cui regole semplici e chiare sono finalizzate a tutelare i diritti, favorendo convivenza e creatività. Una società che ci aiuta a essere più liberi, innovativi, responsabili.