La «psicopolitica»? Non è una scienza per capire il web (ma marxismo un po' rivisitato)

Giancristiano Desiderio

Ifilosofi universitari sono ossessionati da due cose: capitalismo e neoliberismo. Il primo sarebbe destinato a finire, il secondo è un «potere furbo» che va smascherato. Il filosofo Byung-Chul Han, il cui insegnamento a Berlino è Filosofia e Studi culturali, si dedica con passione a questo esercizio e il suo obiettivo è fare un passo avanti rispetto a Foucault passando dalla biopolitica alla psicopolitica. Che roba è? Presto detto: il potere sovrano esercita il controllo con la spada e la morte, mentre il potere disciplinare controlla tramite leggi, norme, divieti e addestramento. Il potere disciplinare nasce quando si passa dall'agricoltura all'industria. Foucault chiama questo passaggio biopolitica. E qui entra in scena Han il quale pensando, come dice lui stesso, «con Marx oltre Marx» mostra che cambiando ancora una volta i rapporti di produzione e passando dall'industria alla società post-industriale e ai post, ai like, ai tweet si accede al «capitalismo delle emozioni» e al progetto dell'uomo-imprenditore che crede di essere libero mentre si auto-sottomette. A questo ulteriore passaggio si dà un nome, Psicopolitica che è anche il titolo del libretto di Byung-Chul Han (Nottetempo, 12 euro, 110 pagg.).

Alcune considerazioni dell'allievo di Sloterdijk sono sensate, soprattutto quando si sofferma sulla comunicazione totale che è, forse, la cifra del nostro tempo perduto. Dov'è, allora, che fa cilecca? Beh, nell'ossessione anticapitalistica e nel ritenere che un'interpretazione marxista, un po' risciacquata, sia utile a capire qualcosa. Non a caso il capitalismo è sempre citato ma non è mai definito perché non è un concetto ma una parola magica, un deus ex machina. Il libretto di Han è pieno di frasi accattivanti che mirano a piacere mentre criticano i like: «Il like è l'amen digitale»; «Facebook è la chiesa, la sinagoga globale del digitale». Ma il vero sacerdote è Han che strologa sulla libertà come autosfruttamento dimostrando di avere un concetto professorale della libertà economica. Amen.

Commenti
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Muk

Lun, 04/12/2017 - 11:07

Triste leggere sul Giornale che fu di Indro Montanelli, tali commenti, la cui superficialità, sconcertante, riflette la perdita di valori della destra neoliberale. La negatività del non-fare (nicht-zu) è anche un tratto essenziale della contemplazione. Nella meditazione Zen, per esempio, si tenta di raggiungere la pura negatività del non-fare, ossia il vuoto liberandosi da qualcosa che incombe, che si impone. Si tratta di una pratica estremamente attiva, tutt'altro che passiva, È un esercizio volto a raggiungere una posizione di sovranità dentro il sè, a collocarsi al centro di sè. Se disponessimo soltanto della potenza positiva, invece, saremmo consegnati del tutto passivamente all'oggetto. L'iperattività è paradossalmente, una forma estremamente passiva del fare, che non ammette più alcun agire libero. Si fonda su un'assolutizzazione unilaterale della potenza positiva. (La società della stanchezza - Byung Chul Han, p.54) Mai letto Heidegger? O Suzuki Roshi?