Quando l'arte del pallone si trasforma in opera d'arte

Una mostra racconta il gioco più bello del mondo visto attraverso pittura, scultura e fotografia

Arte e pallone cavalcano in parallelo un secolo di storia italiana, il Novecento, segnato da due guerre mondiali, il regime fascista, la fine della monarchia e l'avvento della Repubblica, il boom economico, le crisi, le trasformazioni, la tecnologia. Che sia, ai primordi, un secolo che si muove, lo si intuisce fin dal termine avanguardia. Si muove la pittura futurista, si muovono gli atleti sui campi di calcio, sempre più numerosi, sempre più catalizzatori dell'interesse popolare.

Il connubio appare solido soprattutto in quello che gli storici hanno definito come Secondo Futurismo. Scevro dal primo periodo interventista e ultra-sperimentale, che si chiude simbolicamente con la morte di Umberto Boccioni nel 1916, la fase ulteriore vede lo sviluppo regionalistico per tutta la penisola. Non c'è città o paese di provincia che nell'Italia dalla seconda metà degli anni Venti non abbia il proprio gruppo di aeropittori, di pittori sacri futuristi, alcuni di grande qualità, altri decisamente più scolastici, a conferma se non dell'accademizzazione almeno di qualcosa che somiglia a una rinnovata pittura di genere. Se il Secondo Futurismo attinge dalla realtà le proprie ispirazioni, il calcio, lo sport in generale, offre parecchi spunti. Cominciando da Fortunato Depero, con il disegno a matita Giocatori di pallone (1920-22), in bilico tra arte e design dunque figura modernissima, che non esita a vendere il proprio segno alla pubblicità per quel processo di smitizzazione dell'arte più seria che qui vede coinvolto, con il divertente Il mago del calcio (1935), Bruno Munari, altra grandissima personalità della nostra cultura. Il calcio è leggero ma non è banale; è un gioco, dunque non può non attirare questi due funamboli ludici della nostra pittura. Altri, ascritti al Futurismo, lo leggono come fenomeno antropologico che ben si addice a uno stile ormai pienamente diffuso in tutta Italia: è il caso degli aeropittori toscani Thayaht (il disegno Partita di calcio, 1929) e la plastica Parata di Uberto Bonetti, del siciliano Giulio D'Anna, con Football, 1933, uno dei lavori futuristi più iconici a proposito del rapporto arte-calcio, dell'austriaco trasferitosi a Rovereto Roberto Iras Baldessari (Giocatori di pallone, 1930-34). Negli anni Trenta, ancora, con lo sport considerato dal fascismo ottimo veicolo di propaganda soprattutto per l'educazione dei più giovani, è facile esaltare il gioco del calcio per atletismo, forza fisica, impresa, vittoria. Lo avvicinano i pittori del ritorno all'ordine e del sarfattiano Novecento, come Leonardo Dudreville, Partita di calcio, 1924, molto colorato, che rappresenta un'azione classica di gioco tra rossi contro blu, quasi fossero i giocatori nella scatola del Subbuteo, ma anche insospettabili astrattisti come Mario Radice la sua Partita di pallone del '33 è assolutamente figurativa- o dall'architetto razionalista Adalberto Libera, autore di capolavori durante il regime quali il Palazzo dei Congressi dell'E.42, le palazzine a Ostia, Villa Malaparte a Capri. Di un clima vagamente prima Scuola Romana è la piccola carta del 1930 Il pallone dove Aligi Sassu riprende il mito dell'atleta classico, nudo, così ricorrente nella statuaria di regime, perché la grecità funziona bene in termini di propaganda.

Non è certo casuale che molti pittori italiani celebrassero, infatti, il gioco del calcio negli stessi anni in cui la Nazionale azzurra, guidata da Vittorio Pozzo, conquistò due titoli mondiali consecutivi, 1934 e 1938. (...)

A proposito di realismo: l'Italia ha avuto un solo grande interprete di questa sensibilità in pittura, forse perché il vero realismo ha avuto nel cinema la sua espressione migliore (non c'è film neorealista in cui bambini non giochino a calcio in un cortile, per la strada, nei campi). Parliamo naturalmente di Renato Guttuso, colorista gigantesco, artista civile, unico erede riconosciuto del Picasso di Guernica, autore del suo capolavoro, Crocifissione, durante il fascismo e poi voce ufficiale del Partito Comunista (colpa sua però se Togliatti disprezzava così tanto i compagni astratti e i loro scarabocchi). Dopo la morte, Guttuso ha pagato fin troppo il suo legame con la politica, ma discuterne il talento per certi versi controcorrente risulta persino antistorico. Guttuso tratta I giocatori come il maestro malagueno i toreri, pura sintesi cromatica e formale estrapolata dalla storia, perché Guttuso pur essendo figurativo non è semplicisticamente narrativo.

Il dipinto in questione è del 1965. E siamo in un mondo nuovo, pacificato, nell'Italia del boom economico, della produzione industriale, dove gli eroi del pallone hanno preso il posto, nell'immaginario popolare, di quelli del ciclismo, dopo che già negli anni Cinquanta era arrivata una nuova ondata di campioni stranieri dalla Svezia, dall'Argentina, dal Galles, dal Brasile. Mai come nei Sessanta ci furono così tante squadre diverse a vincere il campionato, la Nazionale conquista il suo unico europeo nel 1968, Milan e Inter si impongono in Coppa Campioni, si rafforzano i processi di identificazione (con Gigi Riva e il pittore conterraneo Aligi Sassu dedica un disegno alla preparazione del formidabile sinistro Rombo di tuono che, proprio nel Sessantotto sa di rivoluzione- con Pietro Anastasi, il ragazzo venuto dal Sud a Torino come un immigrato qualunque, con Roberto Boninsegna), si alimentano dualismi (Sandro Mazzola o Gianni Rivera? Anche Pasolini ha la sua idea in proposito. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da elzeviro. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul Corriere della Sera: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti»). È l'ossatura azzurra di Mexico 1970, l'ultimo mondiale con la Tv in bianco e nero, battuta solo in finale dal Brasile di Pelé, dopo la storica, artistica, impresa di Italia Germania 4-3.