Quando il rivoluzionario Gramsci leggeva i rivoluzionari Chesterton e Conan Doyle

Raccolti i saggi dell'intellettuale sui «gialli»: «Il miglior detective? Padre Brown»

A nno cruciale, il 1929. Quello in cui debuttarono I Libri Gialli della Mondadori ma anche quello in cui Antonio Gramsci rinchiuso nel carcere di Turi iniziò la stesura dei suoi Quaderni. Come ricorda lo studioso Alessandro Zaccuri: «I gialli rientravano perfettamente nella fattispecie della letteratura popolare alla quale Gramsci dedica le proprie annotazioni, ma con la sua predominanza di autori quasi esclusivamente anglosassoni la nuova collana sembrava anche confermare la condizione di sostanziale marginalità che il genere poliziesco scontava al momento nel nostro Paese».

Il volume Sherlock Holmes & Padre Brown Note sul romanzo poliziesco (Marietti 1820) ci permette di rileggere le acute osservazioni di Gramsci su due dei protagonisti più rivoluzionari della storia della letteratura poliziesca, assieme ad alcuni interessanti saggi d'appoggio del già citato Zaccuri ma anche di Chiara Daniele e Jean-Louis Ska. In una lettera a Tatiana Schucht dell'11 agosto 1930, Gramsci spiega che stava cercando di riprendere con forza a scrivere nonostante le condizioni alle quali lo sottoponeva la detenzione e consigliava a Tatiana di recuperare un libro capace di emozionarla: «Sai che è stata pubblicata la continuazione delle avventure di padre Brown? Il libro è uscito presso la casa editrice Alpes di Milano e si intitola La saggezza di padre Brown; ti informo perché il primo volume, mi pare, ti era piaciuto molto e se nel primo il padre Brown era ingenuo mentre nel secondo è saggio chissà quali progressi avrà fatto la sua capacità di induzione e di introspezione psicologica».

Gramsci era rimasto molto colpito dalla narrativa di Chesterton tanto che in una successiva missiva del 6 ottobre analizza la qualità delle sue storie mettendole a confronto con quelle di un altro autore: «Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche più che delle novelle poliziesche propriamente dette. Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un'apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto protestante che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall'esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull'induzione. Padre Brown è il prete cattolico che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l'esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull'introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l'angustia e la meschinità».

Aggiungendo un po' di pepe al suo commento esplicita il suo commento letterario: «D'altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c'è un distacco stilistico tra il contenuto, l'intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti». Antonio Gramsci è stato uno dei primi critici a porsi anche il problema del «perché è diffusa la narrativa poliziesca» e mette a confronto altri grandi protagonisti della letteratura popolare (Verne, Wells, Dumas, Schiller, Hoffman, Rodin, Poe, Balzac, Radcliffe).