Quando Tilgher attaccò quel "bestione" di Gentile

Alla riscoperta del filosofo che scatenò la più feroce polemica contro la cultura del Regime

Erano passati pochi mesi da quando Mussolini aveva annunciato, col discorso del 3 gennaio 1925, la «svolta» autoritaria del fascismo. In libreria apparve un pamphlet, pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti, che aveva un titolo fortemente polemico, Lo spaccio del bestione trionfante, seguito da un sottotitolo esplicativo ma altrettanto incendiario: Stroncatura di Giovanni Gentile. Un libro per filosofi e non-filosofi. Lo aveva scritto Adriano Tilgher (1887-1941), all'epoca già noto sia come traduttore di testi filosofici dal tedesco e dal francese sia come autore.

Pochi anni prima, per esempio, nel 1921, aveva dato alle stampe due opere, La crisi mondiale e Relativisti contemporanei, che avevano innescato un vivace dibattito. Il primo volume raccoglieva alcuni saggi scritti nel 1918, e riecheggiava, fin nel titolo, la tematica spengleriana de Il tramonto dell'Occidente (ora ripubblicato da Aragno in una nuova edizione curata da Giuseppe Raciti) e si inseriva in quella «letteratura della crisi» che, di lì a qualche tempo, avrebbe annoverato autori come lo storico Johan Huizinga, il sociologo Georg Simmel e il filosofo Hermann Keyserling. Il secondo libro tracciava un quadro dei nuovi indirizzi speculativi che, a suo parere, avrebbero preso il posto dello storicismo idealistico messo in crisi dalla guerra mondiale. In quest'ultimo lavoro, in particolare, egli aveva collegato il fascismo al relativismo e lo aveva definito «l'assoluto attivismo trapiantato nel terreno della politica». La definizione che era piaciuta a Benito Mussolini il quale volle recensire il libro su Il Popolo d'Italia sostenendo che essa era «esattissima» e precisando che il fascismo era stato «un movimento super-relativista» che non aveva mai cercato di dare «una veste definitiva e programmatica ai suoi complessi e potenti stati d'animo». Tilgher non aveva nulla a che fare con il fascismo, ma il futuro Duce era rimasto colpito, probabilmente, dalle sue affermazioni sul connotato inintenzionale ma «essenzialmente rivoluzionario» di tutte le manifestazioni del relativismo contemporaneo.

Era nato, Adriano Tilgher, in una cittadina nei pressi di Napoli da una famiglia della piccola borghesia con un padre di origine renana e una madre francese della Valle d'Aosta. Nelle sue vene scorreva, dunque, sangue tedesco e sangue francese: una finissima scrittrice, Liliana Scalero, che di lui fu amicissima, ha osservato come da tali ascendenze familiari fossero derivate, per un verso, la sua attitudine filosofica e, per altro verso, la chiarezza della scrittura. Al pari di molti intellettuali partenopei, Tilgher frequentò l'ambiente crociano ricavandone suggestioni e occasioni di collaborazione, ma finì per allontanarsene. Il primo conflitto mondiale e la crisi del dopoguerra ebbero per lui una importanza decisiva. Lo convinsero che i grandi sistemi filosofici basati sulla «filosofia della storia» e sull'idea della realizzabilità di piani prefissati fossero stati bruciati dalle fiamme della guerra. Le latenti istanze anti-storicistiche del suo pensiero trovarono sfogo nella critica all'idealismo, nel riconoscimento del carattere «relativistico» dell'epoca contemporanea. Tilgher, che dopo la laurea aveva intrapreso la carriera di bibliotecario e si era affermato come traduttore e curatore di classici filosofici era divenuto una firma di punta di importanti testate giornalistiche, da La Stampa a Il Tempo fino a Il Resto del Carlino. Le sue frequentazioni erano indicative di una sensibilità politica antifascista e liberale: Mario Vinciguerra, Cesare De Lollis, Luigi Salvatorelli, Arturo Carlo Jemolo, Ernesto Buonaiuti. Non è un caso che egli, sul finire del 1924, avesse aderito alla Unione nazionale delle forze liberali e democratiche costituita in funzione antifascista e neppure è un caso che, l'anno successivo, sarebbe stato tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.

Il pamphlet Lo spaccio del bestione trionfante, riproposto nella bella collana gobettiana dalle Edizioni di Storia e Letteratura (pagg. 128, euro 19) con una postfazione di Gabriele Turi e una nota di Alessia Pedio, è una durissima requisitoria contro l'attualismo gentiliano sia da punto di vista filosofico sia dal punto di vista delle conseguenze politiche. Si tratta di un pamphlet ben diverso da altri scritti antigentiliani che circolavano all'epoca, come, per esempio, il «libro edificante e sollazzevole» pubblicato due anni prima, nel 1923, col titolo La ficozza filosofica del fascismo dall'editore Angelo Fortunato Formiggini. Mentre il saggio di Formiggini polemizzava soprattutto contro il ruolo egemone di Gentile nel mondo editoriale e culturale, il lavoro di Tilgher sviluppava un discorso pur astioso, che aveva, però, uno spessore speculativo e teoretico. E ciò anche se, indubbiamente, alle origini del pamphlet c'erano motivazioni di inimicizia personale: non a caso Tilgher, poco prima della sua pubblicazione, aveva annunciato a Croce l'avvio di «campagna accanita di demolizione scientifica e personale» e «senza esclusione di colpi» diretta contro Gentile.

Il pamphlet, che mutua causticamente il titolo dal celebre «dialogo» Spaccio della bestia trionfante scritto da Giordano Bruno nel 1584, si apre con una durissimo atto d'accusa nei confronti dell'idealismo attuale o attualismo presentato come manifestazione radicale di irrazionalismo: «La naturale filosofia di un'epoca in cui il calcio e la boxe, il cinematografo e il tabarin, il cocainismo e la violenza settaria sono le manifestazioni predilette della psiche collettiva, la naturale filosofia di un'età impulsiva e brutale, tutta straripamento di passioni cieche e irriflesse». Poi prosegue attaccando direttamente Gentile definito un vero e proprio «Calibano intellettuale» pronto a impadronirsi di tutto: «Se gli avessero dato un incarico di odontoiatria, famelico com'era lo avrebbe senz'altro accettato, avrebbe scoperto il momento odontoiatrico dello spirito». Per lui Gentile era uno «spirito angusto settario fanatizzato» che non aveva «originalità di sorta né come filosofo né come storico della filosofia» e lo Stato da lui vagheggiato, una specie di «Stato sbirro-bidello» altro non era se non una «degenerazione bubbonica» di quello di Hegel e di Spaventa.

Ha osservato giustamente Augusto Del Noce che questo pamphlet, carico di livore ma brillante, finì per nuocere a Tilgher dal momento che nessuno, per quanto antigentiliano, avrebbe mai potuto ravvisare in Gentile il «bestione trionfante». Così certe pur acute critiche in esso contenute, «travolte come erano dalla congerie di non giustificati improperi», finirono per essere escluse dalla discussione filosofica. E ciò anche quando, più avanti negli anni, Tilgher, in parte (ma solo in parte) riconciliato con il fascismo, riprese la polemica contro lo storicismo e scrisse lavori nei quali la vis polemica lasciava il posto a riflessioni profonde sulla natura e il significato della Storia.