Quei nipotini di Rousseau che ingabbiano la libertà

Lorenzo Infantino analizza il carteggio fra Hume e il filosofo svizzero, che tanto influenza i 5 Stelle

Questo libro dell'illustre studioso liberale, economista, ma prima di tutto filosofo e politologo, Lorenzo Infantino, Cercatori di libertà, edito da Rubbettino, illustra il pensiero liberale in capitoli dedicati ai classici del pensiero liberale e a Domenico Settembrini. L'Appendice riguarda Luigi Einaudi in rapporto agli economisti austriaci e al progetto europeo. Florindo Rubbettino, che di Infantino è stato allievo, nella Facoltà di Scienze politiche della Luiss, con questo libro ci dà anche un «manifesto» sulla società liberale, ossia su ciò che occorre al buon governo dell'Italia e dell'Europa.

Servono a ciò le riflessioni su «Benjamin Constant: i suoi debiti nei confronti di Adam Smith», su «Mises e il nostro tempo», su «Temi della riflessione Hayekiana», su «Bruno Leoni: potere e libertà», su «Nozick e la Scuola austriaca di economia: convergenze e divergenze metodologiche», su «Ortega y Gasset e il liberalismo», su «Settembrini e il marxismo». Ed è di grande attualità il primo capitolo intitolato «Hume e Rousseau, un rapporto impossibile», contenente la polemica epistolare fra il pensatore scozzese, fautore «di un ordine sociale basato sulla libertà individuale di scelta», e quello elvetico, che presenta l'ideologia opposta e il ritorno alla natura. C'è una, non casuale, somiglianza fra il programma attuale dei 5 Stelle e ciò che scrive Rousseau, nelle lettere a Hume, contro la proprietà privata, i ricchi e «sul denaro, i commerci, le arti, la città, il lusso e ogni altra questione, con una irriducibile contrapposizione». Come argomenta Infantino, ciò è dovuto al fatto che Hume «intendeva estendere il più possibile il territorio della libertà individuale di scelta mentre l'altro intendeva esattamente cancellare quel territorio».

I 5 Stelle, come Rousseau, vogliono impedire ai ricchi di partecipare alla vita pubblica, violano libertà e proprietà individuali con norme retroattive sui diritti acquisiti, considerano le banche e la finanza come intrinsecamente costituiti da imbroglioni, vogliono ridurre la libertà di impresa, vietando agli esercizi commerciali di aprire la domenica e impedendo la libertà di contratto per il mercato del lavoro. Vogliono l'acqua pubblica, la statalizzazione di autostrade in concessione, di banche, possibilmente - di nuovo - di Alitalia. Sono contro le televisioni private, contro la flat tax. Nelle città sono contro i metrò, non vogliono le grandi e medie opere perché, come Rousseau, idealizzano le virtù della società spartana, ritenendo che la ricchezza sia un male in sé; per altro non applicando a se stessi tale principio. Il ginevrino voleva «edificare il regno della virtù», come i 5 Stelle, con la loro deriva giustizialista, che sono scelti e diretti tramite la piattaforma Rousseau, da cui prendono l'ideologia. C'è un'altra somiglianza impressionante fra le tesi di Rousseau e quelle dei 5 Stelle, che emerge da questo scambio di lettere. Rousseau ammette le sue inquietudini, ma afferma che egli si deve difendere dalle trame altrui.

Il tema del programma illiberale di Rousseau è ripreso da Infantino nel saggio sul pensiero di Benjamin Constant, in cui l'autore si sofferma sul discorso pronunciato da questo pensatore liberale, nel 1806, in una celebre accademia parigina, sulla libertà degli antichi in confronto alla libertà dei moderni. Constant confronta la prospera e libera Atene tutta dedita ai commerci con la cupa Sparta, considerata invece esemplare da Rousseau, per riplasmare l'esistente «scartando tutti i vecchi residui come fece Licurgo a Sparta, per costruire un buon edificio». Sul progetto europeista, è preziosa la breve Appendice su «Einaudi e gli economisti austriaci» che, nella seconda sezione, tratta di «Einaudi e il progetto europeista». Einaudi, fra il luglio del 1917 e l'ottobre del 1919, scrisse sul Corriere della Sera 16 lettere con lo pseudonimo Junius e tornò su questo tema, con gli stessi principî, in due saggi pubblicati fra il 1943 e il 1944, nel periodo in cui era esule in Svizzera. Egli sosteneva che i singoli Stati dell'Europa hanno bisogno di una Unione europea e di una moneta unica per non scomparire e non essere asserviti ad altri grandi Stati. Einaudi faceva, allora, riferimento alla Russia - oggi si direbbe, ancora più, alla Cina - e agli Usa, peraltro distinguendo fra la prima e i secondi.

La rinuncia a una parte della sovranità nazionale - scriveva Einaudi - serve per avere una società e una economia più libere; per fare una nuova finanza, e avere la fiducia dei risparmiatori. Una tesi estremamente attuale, come critica agli errori, in politica e in economia, del governo gialloverde, con i populismi e i confliggenti e altalenanti sovranismi.