Quel poeta ubriacone che detesta gli hippie

Una biografia racconta la vita randagia dell'artista dai locali malfamati di San Diego al grande successo

Da ragazzino, durante un viaggio nella Bassa California, si seppellì con alcuni amici nella sabbia desertica aspettando che arrivassero gli avvoltoi. «Rimanevi immobile come un cadavere - racconta Tom Waits - aspettando che gli avvoltoi si avvicinassero, e la prima cosa che facevano era cercare di strapparti gli occhi a beccate; e quando davano quel colpo di becco, tiravi fuori il braccio dalla sabbia, li afferravi per il collo e lo spezzavi con un colpo».Rude avventuriero fin da piccolo o re degli sparaballe, Waits ha giocato per decenni con i media nascondendosi dietro al personaggio da lui interpretato: il barbone alcolista e accanito fumatore, poeta (maledetto!?!) dei bassifondi che racconta nelle sue sensuali canzoni la brutalità (e il sottile fascino) della vita da strada. Lui si nasconde ma si svela, si contraddice sul filo sottile della verità e della bugia, come del resto fece il giovane Dylan, mentitore spudorato ai suoi esordi al Greenwich Village. Come ha detto qualcuno: perché rovinare una bella storia con la verità? Dove finisce l'immagine pubblica e inizia la personalità? «Sono Frank Sinatra o Jimi Hendrix? O sono piuttosto Jimi Sinatra? È un numero da ventriloquo, lo fanno tutti». Così rispondeva Waits a Barney Hoskins, oggi autore della biografia non autorizzata Tom Waits. Dalla parte sbagliata della strada (Odoya, traduzione di Massimiliano Bonatto, prefazione di Riccardo Bertoncelli, pagg. 447, euro 22) che racconta la vita e l'opera dell'estroso artista attraverso le dichiarazioni di chi lo ha conosciuto bene. Waits non ha voluto partecipare alla «fiesta» e così hanno rifiutato di metterci becco molti dei suoi collaboratori e amici (persino Keith Richards s'è tirato indietro dopo aver ricevuto una telefonata da Tom).

Se non è vera la storia degli avvoltoi, è comunque vero che i viaggi sul confine messicano insieme al padre (guardacaso un alcolizzato fuori dagli schemi che lasciò la famiglia quando Tom aveva 9 o 10 anni) formarono la sua vocazione musicale. Il resto è tratto dalla realtà, dal Napoleone, il localaccio dove faceva il lavapiatti ascoltando con aria rapita l'anima di Ray Charles che usciva dal jukebox, dalle prostitute di National City che alle quattro di mattina caricavano i marinai più ubriachi. Fu lì che cominciò a fantasticare di diventare un cantante da saloon, strimpellando sul piano melodie che inglobavano folk, country, gli autori di Tin Pan Alley, echi del jazz e del blues di New Orleans. «Ero un ribelle contro i ribelli», ricordava»; infatti, invece di avvicinarsi all'iconografia hippie, guardò al passato, al mondo degli irriducibili beat di cui Kerouac e Cassady erano i migliori tedofori. Kerouac fu il suo passaporto per un mondo senza orari e senza inibizioni in cui un «nottivago» poteva raccogliere brandelli di conversazione e buttarli nelle canzoni. Così prese a frequentare il Rudford's, l'unica tavola calda di San Diego aperta tutta la notte, dove «cameriere sciatte» fornivano «hamburger sospetti» ad autisti d'ambulanza, tassisti, spazzini in quelle che Sinatra chiamava le «wee small hours». Fu così che, folgorato da Bob Dylan, dalla leggenda folk Jack Tempchin e dal bluesman texano Sam Lightnin' Hopkins, diventò il buttafuori dell'Heritage, il primo locale in cui si sarebbe esibito suonando le cover di Dylan, Hit the Road Jack di Ray Charles o Are You Lonesome Tonight di Elvis. (Per la cronaca guadagnava 8 dollari come buttafuori e 6 dollari come cantante). La prima canzone che qualcuno ricordi, scritta da lui, è un valzer dal titolo Poncho's Lament. Ma è sempre dalle sue esperienze personali che nascono le grandi canzoni. Dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, Tom scriverà Ol'55, inserita nel suo primo disco Closing Time, inno alla strada e all'amore perduto. La prima di una serie di piccole gemme ora lacerate ora biascicate dalla sua voce psicotica e anarchica, che viaggia da Tom Traubert's Blues a Blind Love passando per il rivoluzionario Swordfishtrombones e approdando a Bad As Me (2011), 80 anni di cultura folk riscritti in chiave originale. Chi penserebbe mai che il mitico Tom Waits, un tempo fu costretto a fare da spalla a Frank Zappa («lo odiavo», dirà) o brutalmente fischiato al Ronnie Scott di Londra dove, per ripicca, lanciava sigarette accese contro il pubblico?