Quelle «Cose Nostre» che ci aprono gli occhi

Non è così allettante passare la serata del giovedì ad ascoltare le storie così tragiche, piene di amarezza raccontate da Cose Nostre. Però, nonostante l'angoscia che trasmette, vale proprio la pena fermare il telecomando sulla coraggiosa trasmissione di Emilia Brandi, in onda al giovedì ad ora tarda su Raiuno. Per ricordarci che esistono ancora territori italiani così devastati dalla malavita. Le prime due (di quattro) puntate raccontano vicende avvenute nel lametino, uno dei territori a più elevata infiltrazione mafiosa della Calabria. Senza scadere nell'agiografia dell'eroe o nella riabilitazione della mamma-coraggio, la Brandi racconta esistenze su cui riflettere. Come quella della madre di Santo Panzella, ucciso perché amante della moglie di un boss, che sta ancora reclamando il corpo del figlio e ha denunciato i presunti colpevoli, solo dopo che non esaudivano il suo desiderio. Alla fine, che tristezza, gli accusati sono stati assolti. La seconda puntata, invece, ti apre il cuore perché trasmette un filo di speranza: il piccolo imprenditore Rocco Mangiardi trova il coraggio di denunciare i suoi estorsori e li fa condannare: sono ancora in carcere.

La singola storia serve anche per descrivere la morsa violenta che domina su queste terre martoriate. Anzi - piccolissime critiche in mezzo a un ottimo lavoro - i racconti sono un po' troppo frammentati dalle digressioni storiche e i luoghi delle interviste sono esageratamente desolanti. Il pubblico ha capito il valore del programma: 12 per cento di share la prima puntata e 8,5 la seconda.

Domani sera Emilia racconterà la vicenda di una donna cui hanno ucciso il figlio a fucilate.