In questa epoca sfinita non c'è spazio per l'eroico Foscolo

Leopardi, in versione patetico-sentimentale, è l'unico poeta gradito alla società nichilista

Dove sono finiti i foscoliani? L'Italia contemporanea è tutta obbligatoriamente e compattamente leopardiana. L'autore dei Canti sta vivendo un momento di gloria mediatica che forse non gli sarebbe neppure troppo piaciuta. Al di là dei benemeriti confini della critica, che ha sempre studiato la sua opera, hanno scritto di lui giovani autori di estrazione cattolica sia pur così diversi tra loro, voglio dire Alessandro D'Avenia, Davide Rondoni, Alessandro Zaccuri, che ne ha fatto il protagonista di un romanzo ambizioso e felice, Il signor figlio. Gli ha dedicato un film un regista laico e di sinistra ufficiale come Mario Martone. In occasione del bicentenario dell'Infinito, il Corriere della Sera ha aperto le sue pagine a traduzioni in dialetto del testo leopardiano che si sono succedute a grappolo e senza sosta, a dimostrazione di come sia popolare e radicato nell'immaginario collettivo.

Benissimo. Leopardi è un poeta gigantesco, e io per primo ne ho consapevolezza. È anche un pensatore profondo, e si mostra un po' generosamente innocente Roberto Mussapi quando tenta di negarlo. Il problema è: perché solo lui? Perché ha oscurato persino il Manzoni, su cui si appuntano interessi ormai tiepidi? E perché è stato bandito Ugo Foscolo, l'autore dell' Jacopo Ortis, dei Sepolcri, di una serie di sonetti tra cui Alla sera e A Zacinto non hanno niente da invidiare all'Infinito di Leopardi né per qualità di stile né per serietà di pensiero? L'ostilità verso Foscolo è enfatizzata dall'operina insultante e stronza, ma esilarantissima, che Gadda gli dedicò, Il Guerriero, l'Amazzone, lo Spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Ma riguarda più il personaggio che il poeta.

Foscolo fu uomo di passioni estreme, che davano fastidio ieri a letterati sedentari e linguaioli, e danno fastidio oggi, in un clima politico e sociale dominato dalla incoerenza, dalla falsa eguaglianza, dal tendere verso il basso, dai pregiudizi dei buonisti e di certo neofemminismo. Fu uomo di lettere, anche se mai pedante, e nell'ultimo periodo inglese della sua vita, inseguito dai creditori, sfuggito al carcere sotto il falso nome di Mister Flass, divenne un critico supremo, con cui è in debito il De Sanctis. Ma non solo questo. Foscolo fu anche uno spirito inquieto e ribelle, che credette in Napoleone, poi lo avversò, poi capì che era l'unica forza dirompente e nuova nell'Europa di allora. Divenne così un uomo d'armi, capitano proprio nell'esercito napoleonico. E fu un teorizzatore senza paura della libertà dei popoli tanto che a lui si richiamò Giuseppe Mazzini quando fondò la Giovane Italia. Per salvaguardare la sua personale libertà, al ritorno degli Austriaci diede all'Italia una nuova istituzione, l'esilio. Era avventuroso, vitalista, polemico, diretto nelle sue scelte. «Amor, dadi, destrier, viaggi e Marte», in questo endecasillabo sintetizzò la propria esistenza. Uno insomma a cui piaceva far l'amore, giocare d'azzardo, cavalcare, viaggiare e combattere. Un gran seduttore (oggi prevale l'odiosa parola «predatore») che adorava il femminile, e non poneva limiti al suo raggio di seduzioni, tanto da vivere temendo costantemente «gli occhi dei mariti». Rispetto a Leopardi, ragazzo catafratto nella sua tristezza e nel suo senso della vanità assoluta delle cose, un vero contraltare. Foscolo, che aveva conosciuto la filosofia di Giambattista Vico attraverso Vincenzo Cuoco, storico della Rivoluzione napoletana, credeva nella forza delle metafore, dei simboli, del mito. Chiamò «illusioni» quelle energie psichiche che consentono di sognare a occhi aperti, di dare un senso al nulla, di costruire utopie: la sua alla fine fu quella della bellezza salvifica rispetto agli orrori delle guerre che avevano insanguinato l'Europa dei suoi tempi. Tra i pochi foscoliani che ho conosciuto, ricordo l'editor della Mondadori e studioso del Futurismo Luciano De Maria, spirito fiero, cavallerizzo, comunista, forse donnaiolo.

Il correttore automatico del computer continua a segnarmi come errato il termine «foscoliano», mentre con «leopardiano» non fa una grinza: forse è il segno che nella molliccia, ipocrita e nichilista società italiana di oggi i pochi foscoliani sono condannati d'ufficio all'inesistenza? Speriamo di no, perché se scomparissero quelli che amano far l'amore, viaggiare, coltivare mito e bellezza, esser liberi come ci si sente in groppa a un cavallo, sognare e dare un senso all'esistenza e al futuro, combattere per le proprie idee senza svilirle nel conformismo e nella doppiezza, il mondo sarebbe ancora peggio di quello che è.

Commenti

herman48

Mar, 10/09/2019 - 14:07

Mentre io ammiro il patriottismo di poeti come Foscolo e D'Annunzio, non posso sopportare i loro toni altisonanti, spesso roboanti, e lo sfoggio gratuito della loro cultura superiore che si manifesta, specialmente nel Foscolo, con allusioni storiche e letterarie del tutto inutili ai fini dell'ars poetica vera. Preferisco di gran lunga i sentimenti non resi indigesti da fronzoli inutili ed il tono piu' umile e dimesso, e percio' piu' raffinato, di poeti come, appunto, Leopardi e soprattutto Gozzano, troppo ignorato oggigiorno da critici e pubblico.

fifaus

Gio, 12/09/2019 - 18:42

"Foscolo fu uomo di passioni estreme, che davano fastidio ieri a letterati sedentari e linguaioli" : non poteva essere capito da Gadda.