«Racconto l'Islanda La mia isola piccola che ci rende forti»

Eleonora Barbieri

Il rosso vivo del rabarbaro, che viene ora pubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 128, euro 16), è in realtà il primo romanzo di Auður Ava Ólafsdóttir, la scrittrice che, dalla sua Islanda, con Rosa candida (Einaudi, 2012) è arrivata fino agli Stati Uniti. Il rosso vivo del rabarbaro è la storia di Ágústína, una bambina «senza gambe», speciale «come Pinocchio» dice Ólafsdóttir, che fra le altre lingue conosce l'italiano. E, da islandese, è molto tifosa di calcio e perciò è arrabbiata con Cristiano Ronaldo, che «è convinto che abbiamo una mentalità da piccola squadra che non farà mai nulla... Potremo anche essere piccoli nel calcio, dato che siamo pochi, 333mila secondo l'ultimo censimento, ma, come dice la nana Perla nel mio romanzo L'eccezione, una persona può essere grande dentro». Come Ágústína: vive con Nína, una donna che non è sua madre (l'ha abbandonata per girare il mondo come ornitologa, mentre il padre non l'ha mai conosciuto), su un'isola dove a dominare sono la natura, le donne (gli uomini sono per mare) e il rabarbaro e dove c'è una Montagna, che Ágústína sogna di scalare con le sue stampelle.

Perché ha deciso di scrivere di una ragazzina «speciale»?

«Il rosso vivo del rabarbaro ha le sue radici nella mentalità e nella natura islandesi. Per tornare a Ronaldo, volevo scrivere un libro sulle cose piccole e senza importanza che non si notano, ma che per me sono l'essenza della vita. Per fare ciò avevo bisogno di una persona che sta ferma, e così ho creato Ágústína senza gambe».

Descrive molto la natura dell'isola: perché?

«La natura è onnipresente in Islanda, è imprevedibile e ha un impatto enorme sulle nostre vite. Forma il nostro carattere e modo di pensare. E probabilmente ci dà lo stoicismo necessario per affrontare le catastrofi, naturali o economiche».

Che cos'è il rabarbaro del titolo?

«È un simbolo: è l'unica pianta in un'isola senza alberi e il campo di rabarbaro è il luogo in cui l'eroina è stata concepita. E rimanda anche al fatto che le donne cucinino e si aiutino a vicenda in un mondo senza uomini...»

In un'isola dove ci sono sette settimane di luce l'anno, scrive che «il buio mette tutti allo stesso livello». Che significa?

«Ágústína non riesca a muoversi come gli altri bambini. Ma in inverno, quando c'è buio e ci sono tempeste di neve, nessuno si muove o gioca all'aperto. Certo abbiamo l'elettricità... Io sfrutto il tempo invernale per scrivere, mentre in estate, quando c'è luce tutta la notte, come ora, cerco di dormire il meno possibile e di godermi la natura e il silenzio di una notte piena di luce».

Perché Ágústína vuol scalare la Montagna?

«Per scoprire che dietro una montagna c'è sempre un'altra montagna. Ma non impedisce di godere della vista».

Com'è il suo Paese oggi, a otto anni dalla crisi? Siete ancora un'isola felice?

«L'Islanda è uscita dalla crisi finanziaria grazie a tre cose: una donna primo ministro, che ha ripulito tutto dopo la festa dei ragazzi, come fanno sempre le donne; un turismo fiorente e l'industria della pesca. Non abbiamo guerre, e abbiamo acqua, aria pulita da respirare, il silenzio di una notte estiva e non da ultimo la poesia. Perciò dovremmo essere felici».