La ragazza di buone letture che portò l'eleganza al cinema

L'attrice morta a 85 anni. Nipote di Papini, debuttò giovanissima con Emmer, poi la popolarità con la tv

Un'altra ragazza del secolo scorso, brava, bella e discreta come soltanto le grandi attrici del cinema italiano che fu e non tornerà, è morta, l'altro giorno, a Firenze, lasciando il marito, lo scrittore Raffaele La Capria, in una desolazione senza parole. Mezzo secolo li aveva uniti in matrimonio, lei fiorentina classe 1934, un po' altera dati i natali spiritualmente nobili suo padre, Barna, era scrittore e il nonno materno, Giovanni Papini, scrittore e filosofo tra i più acuti del Novecento, le finanziò gli studi artistici e lui napoletano, a modo suo anch'egli schivo, in specie quando lo chiamano «Dudù». Due assi, nei rispettivi campi, arati con alta professionalità e talento vero, senza mai un grido, un pettegolezzo, una parola fuori posto. Giusto quando Ilaria, che debuttò nel cinema a diciannove anni con Terza liceo di Luciano Emmer (nome d'arte: Isabella Redi), rivelando intesi occhi verdi e una bellezza senza tempo, ascoltò le sirene della politica, negli anni Ottanta, si ebbe un attimo di smarrimento. Era proprio lei, la romantica Jane Eyre (1956) dello sceneggiato tv di Anton Giulio Majano, a seguire i dettami del radicale Marco Pannella, lusingata da due candidature, una alle politiche del 1987 e una alle europee del 2004, con Emma Bonino, che ancor oggi smania, bramando più Europa? Che cosa aveva a che spartire l'elegante signora delle scene, ben frequentata e ben frequentante, con quei sovvertitori (apparenti) del panorama istituzionale?

L'indole «toscanaccia» della Occhini, che, sul grande schermo, è stata diretta da Dino Risi e Mario Monicelli, da Ferzan Ozpetek (in Mine vaganti, David di Donatello 2010 per la migliore attrice non protagonista ) e Sergio Corbucci, fino a Paolo Genovese, nel 2012, a volte aveva la meglio. Non a caso, in tv, interpretò La bisbetica domata (1954) col piglio della donna di temperamento, ancorché riservata, per conquistare le platee del tinello con gli sceneggiati d'autore, nei Sessanta: Delitto e castigo; I promessi sposi e Puccini (faceva Elvira, la moglie del compositore), entrambi di Sandro Bolchi fino alla popolare serie di Rai 1 Provaci ancora prof!.

Il pubblico l'ha gradita sempre questa donna colta e di grande presenza, che nel 1957 debuttò in teatro diretta da Luchino Visconti, in L'impresario dello Smirne, dopo essersi diplomata all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico a Roma. Grazie al contributo di nonno Papini, che la finanziava con 250 lire al mese, Ilaria - «La mia Ilaria» s'intitola un racconto breve di Papini - in quella sede conobbe il regista Luca Ronconi, l'attore impegnato Gian Maria Volonté e Mario Missiroli. Era quello il suo mondo, a quell'ambiente brillante e raffinato apparteneva la rampolla della Firenze-bene, che negli ultimi tempi era diventata imprenditrice, riportando agli antichi splendori la fattoria di famiglia La Striscia, sulle colline intorno ad Arezzo e occupandosi dell'azienda agricola con la figlia Alexandra, già sposata con il figlio del cantautore Antonello Venditti e della regista Simona Izzo.

«Io sono sempre stata cattolica. Non praticante, ma certi sentimenti appartengono a una certa educazione familiare. A me pare che la battaglia di Giuliano Ferrara sia la prosecuzione delle battaglie per i diritti civili che facevo quando stavo con Pannella. Allora difendevamo i diritti della persona. Oggi sono i diritti di una persona che deve ancora nascere», diceva la Occhini, parlando della sua scelta di farsi candidare, nel Lazio, in una lista «Pro-Life» fondata dall'allora direttore de Il Foglio.

Tra i molti premi vinti, anche il Pardo d'oro del 2008 per Mar Nero di Federico Bondi. Nella sua autobiografia del 2016 La bellezza quotidiana. Una vita senza trucco (Rizzoli) esibiva il suo lato adolescente, mettendo in secondo piano la propria avvenenza. «La mia bellezza è come se fosse una cosa, una borsetta, un foulard che porto con me, non ne parlo con nessun vanto», scrive l'attrice, che ebbe occasione di trascorrere infanzia e adolescenza con i grandi letterati novecenteschi: Prezzolini, Soffici, Luzi, Cicognani erano di casa in via Guerrazzi, a Firenze, dove abitava nonno Papini. «Ricordo le grandi litigate di loro, nel giardino di mio nonno, la domenica. Era divertente», rammenta nella sua autobiografia. Quanto a nonno Giovanni, egli fu «un compagno di giochi. Per me si era inventato anche un personaggio, il nonno Leone, buonissimo nonostante i ruggiti. Per me, coglieva sempre le viole».