La ragazza e lo scrittore. Storia letteraria di un legame indissolubile

Arrivano in libreria le missive scritte alla moglie dall'autore del "Cavallo rosso" prima del matrimonio

Bambina cara,

ti dico subito che, per quanto siano passati un po' di giorni, sono ancora sbalordito per il nostro ultimo colloquio. Forse avrei dovuto aspettare ancora, a scriverti, aspettare che il tumulto mi s'allentasse nell'anima, e le idee mi si schiarissero maggiormente: e avrei aspettato, se la tua lettera non mi facesse temere che questo mio silenzio è per te causa di pena. Io non dimentico, e cercherò di non dimenticarlo mai, che a voler la nostra amicizia (o chiamala come altro vuoi) sono stato io e che a questa amicizia io ti ho stretta malgrado la tua riluttante volontà. Pertanto è mio dovere far sì che da questa amicizia, almeno per quanto sta in me, non ti venga dolore.

Ti voglio parlare però con la mia consueta franchezza. Io avevo pensato di fare di te la mia compagna. Io non provavo (leggi pure non provo) per te un amore struggente o bruciante, come avevo in altri tempi sognato che sarebbe stato l'amore per la compagna che Dio m'avrebbe data. Provavo invece una sensazione che mi veniva da tutto il mio essere, dall'anima come dalla carne: che non avrei potuto fare a meno di te, mai, negli anni futuri.

Ti vedevo vicina a me, sempre. E ti vedevo madre dei miei figli, i figli che cercavo di immaginare fatti di me e di te. Ho detto che ti avrei parlato con franchezza: io sentivo che il tuo spirito, così come è in questi giorni, non è all'altezza del mio; sentivo che in molte cose tu non puoi comprendermi. Io però non arrivavo a pensare che, per quanto tormentata da condizioni di vita difficili, che fanno violenza alla tua persona, tu coltivassi la corte che io ti facevo insieme al pensiero di un altro, e pesassi sulle due mani la mia corte e quei pensieri, per decidere quale, tutto considerato, fosse meglio scegliere. Sento però che il mio atteggiamento nei tuoi riguardi non cambia: il non vedere, mai più, la tua figurina armoniosa e dolcissima, che mi viene incontro sotto le pesanti colonne della Scala, mi sembra cosa insopportabile. Io non posso pensare che i nostri incontri non riprenderanno; ma perché possano riprendere tu dovrai diventare meno bambina e più donna.

E adesso, cosa faremo? Mi hai scritto: «Dio ha voluto che ci incontrassimo e ci ha fatto rivedere in giorni per me così tristi, così tristi che ho benedetto il Cielo di avermi mandato qualcuno a cui potermi appoggiare». Vogliamo provare a trovarci ancora? Non è solo per te, sai, ma anche per me, forse, anzi, sono soprattutto egoista. Ho una specie di paura del disastro morale cui potrei andare incontro senza un po' della tua pura femminilità vicino.

Perché si decidano le cose tra noi aspetteremo dunque molti mesi, ci sforzeremo di essere due buoni amici di cui ciascuno dà all'altro ciò di cui l'altro ha bisogno. Non sarà facile per me tenere una simile strada. Ma proviamoci! Aspetto dunque che tu mi scriva un se pur brevissimo biglietto in cui mi dici che accetti. Pensa bene prima di scrivermi, ma sforzati di accettare.

Tuo Eugenio

Besana, domenica 25 gennaio 1948

Cara Vanda,

ieri mattina sono partito da Terni e per mezzogiorno ero a Pisa, dove ho sostato fino alle cinque visitando le rovine del Camposanto Vecchio che, come sai, era considerato il più bello del mondo ed è la più importante opera d'arte che la guerra abbia distrutto in Italia. C'era una sorta di vaga affinità tra quelle rovine, con le tracce di bellissimi disegni alle pareti, e il mio stato d'animo.

Sento che ancora non mi capisci e non hai fiducia in me. Non ci ho pensato a lungo a dire il vero, perché la cosa mi demoralizzava scalzandomi non alla superficie, ma nel profondo: io ero come uno (ti prego di meditare questo) che sottoposto nella vita a grande sforzo, quando torna a casa, invece di trovare l'abbraccio della moglie e il pane sul desco, si sente sgridare. Non ho considerato a lungo dunque. Però abbastanza da potermi dire: molte volte, quasi per sistema, io l'ho trattata male. Di questo avrebbe diritto di lamentarsi. Ma se mi considera uno che pensa solo a sé stesso, significa semplicemente che lei non mi capisce affatto. Io, cara Vanda, ti ho sgridata e colpita, e forse trascurata, perché preso dal mio lavoro, e di questo puoi giustamente lamentarti, ma io ti ho insieme anche data tutta la mia vita, e tutto me stesso, e tutto il mio futuro: io te li do in un modo come tu, che ti chiudi nel tuo riserbo ancora, non mi dai. Io ho sempre inteso trarti a salvamento non soltanto dalla tua situazione attuale, ma anche da te stessa: ciò anzi ha ancora più importanza per me. Ormai voi lavorate in vari, in famiglia, e papà uscirà presto e dunque dalla situazione attuale uscirete comunque. Ma se da te stessa, dal tuo ripiegamento su di te, dal tuo chiuderti alla realtà, dal tuo intristirti, non ti salvo io, chi ti salverà? Ora in quale modo io potrei fare questo meglio che amandoti, meglio che facendo di te la mia donna?

Ma diverso è essere la donna d'un uomo qualunque (sai bene che non dico con disprezzo uomo qualunque, perché io, malgrado certe mie espressioni verbali, non disprezzo nessuno) ed essere la donna d'uno come me. E ciò anche se io non arriverò a far nulla di diverso, devi convincerti che io sono diverso, nel sentire e nell'agire. Che poi la fortuna mi favorisca è un altro conto. Se tu, come più volte hai fatto, vuoi porre divario, anzi opposizione, tra te e la mia opera, fai quanto di peggio puoi fare verso te stessa. Quando io voglio costringerti ad essere una cosa sola con me e con la mia opera, come puoi credere che agisca per egoismo? Ma come puoi crederlo, anche se non hai mai pensato a queste cose, quando vedi con che occhi ti guardo? E cosa sento vicino a te? Allora anche Dio è egoista, che ci vuole partecipi di Sé stesso? Forse vuoi che anch'io, come Dante e come tanti altri, cerchi la mia donna fuori dalla famiglia, magari me la crei con la fantasia, la donna di cui ho bisogno, come essi hanno fatto, per poter essere anch'io rispondente a ciò che la Provvidenza vuole da me?

Ascolta Vanda: da ultimo ti voglio dire ciò che dalla sera in cui ti ho lasciata più mi tormenta: è una grandissima paura che è entrata in me: io non ne ho mai avuta, in tutta la mia vita, un'altra così grande. È la paura che tu un giorno voglia lasciarmi. Ascolta: siccome io ti voglio bene, io ti voglio umilmente bene, Vanda mia, io continuerò a chiederti di sposarmi, anche se tu rimarrai nella tua triste idea di metterti in opposizione con il mio lavoro. Io non posso neppure pensarlo di non sposarti, perché tu sei ormai la mia vita. Che derelitta creatura rimarrei ormai io, senza di te! Ma proprio per questo ho quella paura. Ora io non verrò mai meno, nella mia vita, alla concezione che ti ho esposta (tu stessa, se io lo facessi, mi disprezzeresti; me l'hai detto; e io già lo sapevo, perché tu non sei una donna qualunque, ma sei della categoria predestinata agli uomini predestinati; noi non ci siamo incontrati per caso, ma per Provvidenza). Se dunque, poiché io non verrò mai meno alla mia concezione, tu permanessi nella tua idea errata, c'è pericolo che tu finisca ad odiarmi.

Vanda mia, è il grande San Paolo che ha detto come la donna deve essere rispetto al suo uomo: ha detto che devono essere una cosa sola e l'uomo deve essere la testa della donna, come la testa dell'uomo è Dio. Ciò è così vero che anche le grandi donne pagane, antiche e nuove (come quelle di Francia oggi) sono così. Pensa bene, ti supplico, a tutte queste cose. Meditale: quando arriverò di nuovo a Terni (non so ancora il giorno) ci vedremo e parleremo ancora. Ciao vera vita mia.

Eugenio

Caprona (Pisa), 11 maggio 1950

Cara Vanda,

ho ricevuta la tua lettera breve in cui, se non mi sbaglio, ho letto disappunto perché non sono ancora venuto. Se non che mi è accaduto un piccolo incidente per cui forse ho una costola incrinata: niente di grave (una caduta a caccia) e così per almeno una settimana non potrò muovermi: è vero che non potrò neppur molto lavorare, ma entro la settimana credo di riuscire a presentare una copia a Garzanti, di riuscire cioè a fare ciò che mi ero proposto per la fine di settembre, e che è necessario io faccia. Vedo bene di non essere un buon fidanzato, come non sono un buono scrittore: ma, se dovessi ricominciare da capo, ricomincerei sia a fare il tuo fidanzato che lo scrittore e così credo che tu debba sopportare ogni cosa, con molta pazienza.

Non ti faccio una colpa del tuo atteggiamento impaziente: esso se mai è per me un premio. Lo capisco, perché io ho sempre cercato di darti l'impressione di essere un padreterno: la verità è diversa. La verità è che certe sere mi trovo così sfinito dal mio lavoro, da non riuscire quasi neppure a ragionare coerentemente. Ho voluto, prima d'avere trent'anni, impegnarmi in un lavoro troppo difficile: la conclusione è che ci sto facendo la figura del cretino. Se tu invece di considerarmi padreterno mi considerassi un povero diavolo, che bisogna un po' aiutare e sostenere, forse andrebbe meglio. Ma temo che non tollererei di vedermi considerato da te in quel modo.

Tutto considerato, dunque, ben venuta la frattura della costola che in un certo senso salva capra e cavoli, almeno formalmente. Io ho molto desiderio di venire da te e di stare con te: anche questa è una profonda verità. Verrò a fine settimana o al principio della ventura. Andremo a Roma. Tu per allora fammi trovare quegli appunti: se non basta una, vai a Roma due volte, ma fammeli trovare. Se no, non concluderemo nulla in quel campo. Ciao Vanda, scrivimi presto. Io ti voglio un bene immenso. Tuo Eugenio

Besana, primo ottobre 1950