Ragni, storni, mammut: gli animali celebri parlano (anche) di noi

Dalla tartaruga di Darwin all'elefante Jumbo, ecco il bestiario «umanistico» di Elena Passarello

Non è solo una tartaruga. È la tartaruga che, nel 1835, un inglese avventuroso e appassionato di scienza riportò in patria dalle lontane Galapagos, su una nave di nome Beagle, per studiarla al British Museum insieme ad altre creature; ma poi, siccome non era utile ai suoi studi (i fringuelli invece sì, e loro ottennero diritto d'asilo sul suolo britannico), la rispedì per mare. La bestiola con il suo grosso guscio finì in Australia, a Brisbane. Dove, nel 2006, morì. A 175 anni. Si capisce che non è solo una testuggine, Harriet: è la tartaruga di Charles Darwin.

All'inizio la chiamarono Harry, perché pensavano fosse maschio. Yuka invece si è mostrata fin da subito per quello che era: una giovane femmina di mammut, dalla pelliccia fulva e in condizioni incredibilmente perfette, per avere trentanovemila anni. Merito del permafrost, la roccia ghiacciata della Jacuzia, una regione della Siberia che qualcuno potrebbe pensare sia una invenzione del Risiko: lassù, otto anni fa, un gruppo di cacciatori di zanne scovò questa «ragazza» un po' appariscente (e voluminosa) a testa in giù, in un dirupo mezzo congelato. Che aveva portato Yuka fino a noi, direttamente dal Pleistocene. Anche in questo caso, non si tratta solo di un mammut: è un mammut che ci riporta a qualche millennio fa, a una steppa sterminata, in cui l'uomo era cacciato, ma anche cacciatore; e, al momento giusto, quest'uomo poteva diventare leone e infliggere una ferita mortale a una giovane femmina di mammut. Come lo squarcio sul fianco di Yuka. Perciò sia Harriet, sia Yuka, non sono solo una tartaruga e una mammut: sono molto di più, per via di una certa relazione con noi.

Elena Passarello, scrittrice americana che insegna alla Oregon State University, fin da piccola ha percepito questo rapporto speciale con gli animali. Da quando nel 1985 vide Lancelot, uno pseudo-unicorno che la affascinò immensamente anche se poi, scoprì, era soltanto una capra alla quale, da neonata, le corna erano state trapiantate in modo che si fondessero insieme - insomma, un fenomeno da baraccone (a parte la crudeltà dell'operazione). Eppure, quell'unicorno aveva una sua magia. «L'animale della mia mente è una creatura pacchiana ma gratificante che fin dall'inizio non aveva molto a che vedere con la realtà. Sebbene inaudita e innaturale, la sua forma esiste ancora. Racchiude una natura instabile, mitica - ossia l'unica natura che una bambina come ero io potrà mai capire». Questa è la chiave di Lo storno di Mozart e altri animali famosi (Bompiani, pagg. 432, euro 16), che Elena Passarello ha scritto non come un saggio di etologia (anche se i dettagli sulla vita degli animali sono moltissimi), bensì come un piccolo bestiario, che non perde mai di vista lo sguardo dell'uomo sull'animale. Uno sguardo che a volte è di fantasia quasi pura, a volte è minuzioso, a volte quasi tecnico, come nel caso dei tentativi di clonazione di Celia, l'ultimo esemplare di bucardi dei Pirenei (dei grandi stambecchi). In ogni caso è uno sguardo che arriva da lontano, dai tempi di Yuka: «Essere un uomo della steppa significava possedere un codice con ogni muscolo del collo di un leone, con la spina dorsale di un bisonte, con lombi equini che tentavano di mettersi in salvo galoppando». Le immagini degli animali sono radicate nel nostro cervello, «quasi che ogni animale visto da un cervello umano ne fosse stato inghiottito». Il risultato può essere un capolavoro, come nel caso del Rhinocerus di Dürer. Andò così: nel 1515 il re del Portogallo ricevette in dono una bestia mostruosa e magnifica (come nello stile dell'epoca, e del bestiario, meraviglia e mostruosità sono tutt'uno) da un sultano. La chiamarono Ganda. Aveva un solo corno, la pelle a strati grigio scura, con increspature rosee, era enorme e apparentemente furiosa. Un tipografo di Lisbona fece uno schizzo di questo bestione, e il disegno approssimativo - intitolato Rhinoceron - arrivò a Norimberga, dove lo vide Dürer. Che, come qualche anno prima nel caso della «doppia scrofa» di Landser, non poté resistere e ricreò un Rhinocerus - a immagine e somiglianza di quello reale, e di quello che abitava la sua mente. È questo insieme che l'ha resa un'opera riprodotta per secoli, fino a Dalì.

Nel campionario di creature celebri c'è il lupo di Gubbio, ci sono cavalli intelligenti come bambini di dodici anni, il ragno finito in missione Nasa sullo Skylab, il coccodrillo divoratore di uomini soprannominato Osama, l'orso da combattimento prediletto dalla regina Elisabetta (ai tempi di Shakespeare), il gorilla Koko che ha imparato la lingua dei segni. Ci sono Jumbo e Jumbo II, i più grandi elefanti a calpestare il suolo d'America, a sua volta «un mastodontico elefante scuro», prima dell'elettricità. Quella stessa elettricità che viene usata anche sugli elefanti imbizzarriti (come sui condannati umani), per ucciderli. Fra gli animali famosi c'è poi lo storno di Mozart che dà il titolo al libro, e che il maestro acquistò in un negozio a Vienna, nella primavera del 1784, colpito da questo uccellino che non solo ripeteva la melodia ma la rielaborava a piacimento, stravolgendola, innestandovi suoni e armonie nuove. Insomma prendendosi libertà mozartiane. Rimasero insieme per tre anni, nei quali Mozart completò oltre sessanta composizioni.