"Recitiamo le storie di una città invisibile. Il palco? Capolavoro"

Leo Gullotta recita sul Grande Cretto di Alberto Burri, opera di 98 mila metri quadrati...

Come una distesa di terreno arido, spaccata dal sole. O come una città fantasma, le macerie in terra solcate da crepe che sembrano strade. «Comunque la si veda, un'opera emozionante - riflette Leo Gullotta - e soprattutto unica. Recitare qui ha un valore che supera il semplice fatto artistico». Sarà quindi proprio il Grande Cretto, realizzato da Alberto Burri a Gibellina, la scenografia d'eccezione dentro cui l'attore interpreterà (sabato 11, a chiusura delle Orestiadi) La città invisibile: spettacolo itinerante dedicato al paese siciliano totalmente raso al suolo, il 14 gennaio del 1968, dal terremoto del Belice.

Un luogo unico per uno spettacolo speciale.

«E attuale. Perché è ovvio che La città invisibile, ambientato proprio là dove sorgeva Gibellina, e dentro al Cretto che Burri costruì con le macerie stesse del paese, non evocherà solo la sciagura avvenuta qui esattamente cinquant'anni fa; ma richiamerà fatalmente le ferite, ancora aperte, dei terremoti più recenti».

A quale tipo di spettacolo il Grande Cretto costruito tra il 1985 e il 1989 su una superficie di 98.000 metri quadrati, incompiuto per la morte dell'autore e quindi ultimato nel 2015- farà da scenografia?

«È tratto dal romanzo di Italo Calvino Le città invisibili, in cui Marco Polo descrive all'imperatore dei tartari Kublai Khan le città - reali o immaginarie - visitate (o fantasticate) durante i suoi viaggi. Io sarò una sorta di Virgilio che, scorrendo le pagine del romanzo, guiderà il pubblico nello stesso viaggio: dieci ragazze interpreteranno altrettante città, e Claudio Gioè, novello Marco Polo, chiuderà l'itinerario onirico».

Essere come lei siciliano aggiunge, nell'evocare questa tragedia siciliana, un significato speciale?

«Più di uno. La Sicilia è una terra splendida, in cui però tutto si è fermato. Dove gattopardescamente si finge che tutto cambi perché tutto resti com'è. Una volta, ad esempio, l'estate in Sicilia era tempo ricco di cultura. Oggi - tranne poche iniziative - è il tempo delle sagre delle salsiccia. Se oggi a Taormina c'è il Tao Buk, festival dedicato ai libri, contemporaneamente in città non c'è nemmeno una libreria aperta».

Questo desiderio di ritorno alla cultura si collega al radicale cambiamento della sua carriera? Fino a qualche anno fa scatenata «signora Leonida» al Bagaglino: oggi apprezzato interprete di Pirandello e Shakespeare.

«Più che cambiamento direi sviluppo. In 54 anni di carriera, e dopo molta gavetta, io ho attraversato tutti i generi, ma senza mai perdere la curiosità per ciò che ancora non mi apparteneva. Insomma: ho tradotto il mio passato nel mio futuro. Non si può rimanere fermi al grande successo, alla grande popolarità. Bisogna usarli, semmai, per tendere a mete ancora più alte».

E oggi come guarda ai fasti di allora, negli show accanto a Oreste Lionello, Pippo Franco e Valeria Marini?

«Sono state ventidue stagioni di successo indimenticabile. Ma erano tempi molto diversi. Per farsi due risate alle spalle del potere il pubblico poteva seguire solo le nostre vignette televisive. Oggi accendi la tv e a qualsiasi ora c'è qualcuno che sbeffeggia qualche politico. Ma tolti Crozza e Albanese, è soprattutto il dilettantismo ad essere esploso. Dietro tanta presunta satira politica oggi non c'è né storia né cultura».

Anche il teatro colto, però, non è che se la passi molto meglio...

«Vero. Specialmente quando si mette in testa di rileggere o adattare i classici. Già è un errore definire certi capolavori come classici: dà subito l'idea di testi polverosi, superati, mentre la loro grandezza sta proprio nella loro attualità. E poi io domando e dico: ma perché invece di riscrivere Shakespeare non vi mettete voi, a scrivere qualcosa di vostro? Perché continuate a rovinare il teatro e ad ingannare il pubblico? Perché una cosa è certa: se il pubblico tu lo inganni con le tue riletture, a teatro non ci tornerà più».