Ron Howard: "Riporto in scena Pavarotti per far amare l'opera a tutti"

Alla Festa di Roma il regista premio Oscar presenta il suo docufilm sul tenore e commuove la platea

Tonico, in nero totale e cappellino da baseball con su scritto «Imagine» (la sua casa di produzione), il regista premio Oscar Ron Howard, classe 1954, è un fiume in piena. Perché Luciano Pavarotti, il tenore più amato dopo Caruso, l'ha contagiato con la sua energia. Forza vitale che Howard, autore eclettico che spazia dal fantasy (Splash) al thriller aeronautico (Apollo 13), ha di suo: è sulla scena da quando aveva 5 anni, dai tempi in cui era ambientato Happy Days. E il sorriso fanciullesco è lo stesso, ora che rende brillante la seconda giornata della Festa di Roma. Il suo docufilm Pavarotti, che attraverso filmati inediti e rare interviste illustra vita, carriera ed eredità dell'iconico artista modenese, morto nel 2007, ha commosso e fatto piangere: applausi a fine proiezione per il film, in sala come evento speciale il 28, 29 e 30 ottobre, distribuito da Nexo Digital. Invito all'opera, dunque, per chiunque voglia conoscere la personalità del tenore più remunerato al mondo e ascoltare arie immortali che vanno dritte al cuore. Non a caso, Pavarotti registra, su scala globale, incassi sorprendenti: il re del do di petto è stato soprattutto un italiano sanguigno e un po' contadino. Ascoltato e amato ovunque. E piace.

Con Luciano Pavarotti è arrivata prima l'amicizia, o l'idea del film?

«Ho conosciuto Pavarotti a un evento, credo fosse un Golden Globe a Hollywood. Era già un personaggio globale e, stringendogli la mano, ne ho avvertito subito il carisma. Ricordo una sala piena di star della tv e del cinema. Ma quand'è arrivato lui, col cappello e la sciarpa bianca, tutti hanno percepito la sua presenza. Spero che i melomani considerino questo film rispettoso della sua figura».

Quale rapporto ha con la musica?

«La mia conoscenza dell'opera lirica era superiore... alla conoscenza della luna, prima di Apollo 13. Non vengo da una casa in cui si ascoltava musica. Mi piacciono il rap, il folk e, ora, anche la lirica. Mi auguro che Pavarotti possa avvicinare all'opera persone come me, che non hanno una cultura musicale».

Il successo del suo film si deve, magari, anche al fatto che Pavarotti è un arci-italiano, amante della cucina, delle donne e di un certo tipo di vita?

«Non credo. Per quanto egli simboleggi ciò che amiamo dell'italianità: il cuore, lo spirito, l'apertura, il restare in contatto con la propria emotività e non volerla nascondere, né nella gioia, né nel dolore. Luciano, nel film, si è mostrato com'è, non per vendere l'italianità come brand promozionale. Ma per onorare le sue radici. Io sono qui col cappellino da baseball e mi sento a mio agio: non vengo a Roma cercando di rappresentare l'americanitudine».

Nel suo ritratto agiografico del cantante lirico, manca il doloroso episodio dei fischi alla Scala, nel 1992. È stata una scelta precisa?

«Nel film c'è una serie di momenti, in cui Pavarotti viene criticato. Come ricorda giustamente Bono Vox, parlando della critica che non capiva Luciano. Quella fu una storia penosa, di frustrazione: un episodio inizialmente presente, che però ho tolto in fase di montaggio. Era impossibile mettere tutto».

Come ha gestito i difficili rapporti tra Adua, la prima moglie, e Nicoletta, la seconda? Ha avuto difficoltà nell'intervistarle?

«Poiché non parlo italiano, alle interviste non ero presente. È stato il mio produttore a occuparsene. È stato interessante notare che emergeva il perdono, da parte di Adua e delle sue tre figlie, ma senza l'oblio. Senza dimenticare il dolore: la considero una delle lezioni più preziose da condividere. Entrambe le famiglie hanno voluto parlare con franchezza».

Quali progetti ha?

«Ho finito di girare un dramma familiare, intitolato Hillbilly Elegy, con Amy Adams e Glenn Close. Tratto dal libro di J.D. Vance, è una serie tv che parla della mobilità sociale negli Usa, facendo focus su una famiglia in crisi. Si tratta d'una storia vera, in onda su Netflix. Ho girato anche il documentario Rebuilding Paradise, sulla comunità californiana di Paradise, ricostruita dopo i devastanti incendi del 2018. Il mio è uno sguardo umano su una famiglia distrutta: credo nella potenza delle storie vere».

A proposito di Netflix e delle recenti polemiche, tra sala e piattaforma, lei come la vede?

«Non credo che Netflix sia la morte del cinema. Producendo serie televisive per la piattaforma, ho avuto il massimo controllo del mio lavoro e una libertà totale. Non credo che lo streaming porti alla morte delle sale. È il pubblico che sta ridefinendo ciò che vuole vedere».