Il rispetto della legge? Si impara in prigione

"Giovani a rischio" porta i teenager problematici in carcere per un giorno

Si tratta di un programma molto forte e che farà discutere. Si intitola, nella sua versione adattata per l'Italia, Giovani a Rischio, e andrà in onda da oggi ogni giovedì alle 21 su Crime+Investigation (canale 117 della piattaforma di Sky).

Il titolo originale della serie di documentari, made in Usa, è Beyond Scarred Straight. Trae ispirazione dal famoso Scared straight!: il documentario di Arnold Shapiro del 1978 (la voce narrante era di Peter Falk) e premiato con l'Oscar. Proprio come quel lontano «prototipo» la serie affronta il tema della criminalità giovanile. Al centro della narrazione un gruppo di ragazzi a rischio, coinvolti in un programma di rieducazione; adolescenti tra gli 11 e i 18 anni, provenienti da varie parti d'America, sono sottoposti a sessioni di un giorno in vere prigioni per mostrare loro la cruda realtà della vita dietro le sbarre, senza censure. L'obiettivo? Ovviamente è fare in modo che un giorno a contatto diretto con la prigione possa tenerli fuori per sempre, spingendoli a cercare un futuro migliore.

Il metodo è molto duro e molto americano ed è stato messo in opera a partire dal 1992, come viene spiegato nella prima puntata, dove i ragazzi vengono accompagnati a Lieber, una prigione della Carolina del Sud. I ragazzi vengono portati anche nella parte della prigione riservata ai condannati a morte.

Si chiama «Operazione dietro le sbarre» e davvero pestano pesante. La durezza del programma si spiega se si considera il dilagare della violenza in America: il crimine minorile porta rapidamente verso l'uso delle armi. E a quanto pare gli effetti della «gita» in carcere sono piuttosto buoni. Secondo il programma un calo della recidiva sino al 90%. Certo i ragazzini portati in mezzo ai detenuti veri sono molto diversi: si va da chi «bigia» e si sbronza (in certi Stati basta per essere arrestati) e chi davvero gira con una pistola calibro 38. Più che le pareti, le sbarre, il senso di claustrofobia, o il pranzo alla mensa in sei minuti, alla fine la parte più didattica la fanno i detenuti che raccontano la loro esperienza. Con parole e modi da detenuti perché se uno che ha ammazzato due persone e sta nel braccio della morte ti spiega che vivere in un determinato posto è pericoloso, gli credi.

Certo i metodi pedagogici italiani, o europei, sono molto diversi. Più morbidi. Ecco perché per introdurre le immagini è stata scelta Luisella Costamagna che con la sua mediazione fa da «filtro culturale». Qualcuno vedendo la serie potrebbe anche storcere il naso. Costamagna ci spiega: «I meccanismi da noi sono diversi, e dico per fortuna, però questo metodo duro che mette i ragazzi americani davanti alla loro realtà ha un senso. E molto può insegnare anche a noi».