Ritorna di un simbolo "Il mio Montalbano snobbato dal cinema"

L'attore di nuovo su Raiuno nei panni del commissario con due episodi inediti

La popolarità è una faccenda complicata. Gli attori smaniano per raggiungerla e quando aumenta cominciano a lamentarsene. Qualcosa di simile capitò anche a Luca Zingaretti; agli inizi condannato da un aspetto poco rassicurante a ruoli di carognone impenitente (Il branco, La piovra), e poi grazie al coraggio del regista Alberto Sironi («Non fermarti al suo aspetto mi dissero - guarda come si addolciscono i suoi occhi mentre parla con una donna»), salito al rango di icona della fiction italiana. Al punto che nel 2008, dopo i primi dieci anni d'inimitabile successo (i 26 episodi de il Commissario Montalbano), l'attore pensò seriamente di mollare tutto. «Credevo fosse arrivato il momento di dire basta. Non volevo finire per essere identificato solo con questo personaggio. Il che, per una parte di pubblico, è effettivamente accaduto. Ma poi ho capito che ci sono tanti tipi di pubblico: quello cinematografico, quello teatrale... E che non concedersi più un ruolo simile, che dà tantissimo professionalmente e umanamente, sarebbe stata una follia». Nella serie delle domande inevitabili che, per conseguenza, Zingaretti si sente eternamente riproporre, c'è quella di quale sia il segreto d'un simile, ventennale successo. «Non lo so è l'ovvia risposta -; o forse sì. Forse è la capacità di Camilleri di popolare una Sicilia arcaica e immaginifica con personaggi reali e contemporanei. Forse è la capacità di Sironi e degli sceneggiatori di mantenere il personaggio meno letterario e più giovane di quello dei romanzi. Forse è il carattere indipendente di un protagonista, che non segue le seduzioni esterne ma solo le proprie necessità interiori. E in questo modo fa sì che gli uomini vorrebbero assomigliargli. E le donne averlo vicino a sè».Altra ricorrente curiosità, cui pazientemente Zingaretti replica da anni, è quanto il personaggio sia cambiato, dal capostipite Il ladro di merendine ai nuovissimi Una faccenda delicata (in onda su Raiuno il 29 febbraio) e La piramide di fango (7 marzo). «In realtà considera l'attore -, Salvo è ancora in quella fase della vita, cominciata attorno ai vent'anni, in cui ci si forma una coscienza di sé destinata a non mutare più. Lui, insomma, non è mai veramente cambiato. È cambiata, e molto, l'Italia attorno a lui: in vent'anni siamo diventati un altro Paese. E lui reagisce ai cambiamenti come farebbe chiunque di noi». Neppure il modo in cui le sceneggiature vengono proposte all'approvazione di Andrea Camilleri, è cambiato: «Andiamo a casa sua, gliele leggiamo da cima a fondo, annotiamo scrupolosamente tutte le sue osservazioni. Alla fine della lettura di Una faccenda delicata (che è tratto da un insieme di racconti, e non da un unico romanzo) il maestro ha commentato: Voglio sia messo a verbale che di questa sceneggiatura non dev'essere cambiata una sola parola».Concludendo: attorno all'eterna fortuna del commissario di Vigata aleggia un unico ma enigmatico mistero. Perché il cinema italiano non s'è accorto prima di una simile miniera d'oro? «Se il nostro cinema non fosse stato così malato già vent'anni fa, non se lo sarebbe certo fatto soffiare dalla tv». E a questo proposito, Sironi e il produttore Degli Esposti rivelano che già da alcuni anni Camilleri ha scritto l'ultimo romanzo di Montalbano, definito dalla famosa agente Carol Levi «perfetto per essere fatto al cinema piuttosto che in tv». Ma per ora il libro, che è inedito, e ha titolo e trama top-secret, «è conservato nella cassaforte dell'editrice Sellerio, e non pare destinato alla pubblicazione». Come mai? L'ipotesi più suggestiva, ma non confermata, è che Camilleri abbia architettato un addio postumo alla propria creatura, smile a quello che già Agatha Christie predispose per il suo Hercule Poirot. Che cioè l'ultimo romanzo decreti la morte di Salvo Montalbano. Ed esca solo dopo la scomparsa del suo inimitabile autore.

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