Il rock sopra Leningrado racconta il grigiore dell'Urss prima del crollo

In "Leto" la storia del "Mick Jagger russo" viaggia parallela al disfacimento di un sistema malato

Un fante russo asserragliato nella periferia di Leningrado

da Cannes

Il rock nell'Urss sul finire degli anni Settanta era come cercare di suonare in un pianeta morto. Non esistevano i concerti, incidere un album era un sogno proibito, i locali dove esibirsi erano angusti e sottoposti all'autorità, si poteva applaudire, ma stando seduti e senza fare troppo casino, c'era un comitato di censura che controllava i testi. Era un po' il rock, ma senza il roll, la protesta, ma non la ribellione, l'invettiva antiborghese, ma non anti-sistema... Al Cremlino c'era ancora Breznev e alla sera i telegiornali elencavano la produzione quotidiana delle tonnellate d'acciaio, dei quintali di grano, la marcia gloriosa e progressiva verso il trionfo del comunismo nel mondo. Di lì a un decennio sarebbe venuto giù tutto, come una diarrea dall'interno di un potere che aveva perso il contatto con la realtà e, soprattutto, non riusciva a dire più nulla alle nuove generazioni. Nate ai tempi del disgelo post stalinista, queste ultime si ritrovavano a guardare a occidente perché dentro l'oriente c'era il vuoto, l'assenza di prospettive e l'assenza di ideali. E' anche per questo che quel rock così fragile e underground finiva per riassumere in sé molto di più di quanto, artisticamente parlando, fosse in grado di esprimere: c'era in esso disperazione e insieme frenesia, tristezza e gusto della sfida, molto individualismo, nessuna velleità sociale.

Leto, ossia in italiano L'estate, di Kirill Serebrennikov, ieri in concorso, ricostruisce questo clima e questo modo di essere in maniera magistrale, con un bianco e nero che racconta Leningrado meglio di qualsiasi immagine a colori e un linguaggio cinematografico in cui si mischiano animazione grafica, movimenti coreografici, improvvisazioni surrealiste. E' la storia di Viktor Tsoï, cantante di origine russo-coreana, front band del gruppo Kino, uno che per la Russia sovietica di allora fu qualcosa di simile a Mick Jagger per l'Inghilterra. Morto a nemmeno trent'anni per un incidente di macchina, Tsoï attraversò gli anni Ottanta come una sorta di missile a propulsione atomica e la sua scomparsa all'indomani della caduta del Muro di Berlino è emblematica nel raccontare come quel rock avesse potuto nascere solo da determinate condizioni, ma non avrebbe però potuto sopravvivergli.

Serebrennikov, 48 anni, già a Cannes due anni fa con Il discepolo e a Venezia anni prima con L'adultera, è fra i registi cinematografici e teatrali più interessanti oggi in Russia. Considerato per i suoi film ironici e dissacranti un oppositore di Putin, non è potuto venire al Festival ad accompagnare L'estate, in quanto agli arresti domiciliari con l'accusa di aver stornato fondi pubblici. La cosa ha fatto scorrere in Francia fiumi d'inchiostro, ma, come ha tenuto a dire il suo avvocato, «la cosa più importante per lui è che ci sia il suo film».

Nel raccontare i primi passi di Tsoï, la pellicola mette in primo piano il suo incontro con Boris Grebenscikov, che sarà il cantante amico-rivale in grado di intuirne per primo le potenzialità e insieme l'originalità, il delicato rapporto instauratosi fra due musicisti che si stimano, anche se il più geniale sa che l'altro gli è superiore per generosità. L'estate è anche uno di quei film generazionali sulla giovinezza e il malessere di vivere in cui lo spettatore si ritrova indipendentemente dall'età', nella constatazione di un presente o nel ricordo di un passato. Le canzoni di Tsoï fanno il resto, con quell'impasto sonoro tipico della lingua russa, dove la dolcezza ha sempre qualcosa di ruvido. L'estate rimanda al titolo di una sua canzone omonima, quando «un giorno sembra durarne due/ la notte sembra durare solo un'ora/ il sole è in un cerchio di birra», ed è l'estate dei vent'anni, quando si è infelici spesso senza un perché. Ma su questo forse i ragazzi russi avevano le idee più chiare delle nostre.