Il romanzo di Živago ci ricorda che l'arte non teme il regime

L'americana Lara Prescott racconta l'amore e la tragedia di Pasternak e Olga, che ispirarono il capolavoro

La libertà cos'è? A volte è un romanzo, un romanzo scritto a prezzo di compromettere la propria felicità e quella dei propri cari.

Lo sapeva bene Boris Pasternak (1890-1960) quando iniziò - era il 1947 - a scrivere alacremente pagine e pagine che poi sarebbero diventate Il dottor Živago. E ne era perfettamente cosciente quando il 20 maggio 1956 consegnò il manoscritto del suo capolavoro a Sergio d'Angelo, consulente della casa editrice Feltrinelli per l'Unione Sovietica. Mentre nell'isolamento della sua dacia di Peredelkino, a 25 chilometri da Mosca, metteva il suo destino letterario nelle mani dell'italiano gli sfuggì un «Voi siete sin d'ora invitato alla mia fucilazione».

Ne nacque un caso editoriale mondiale, la prima edizione del romanzo, dirompente dal punto di vista ideologico per il comunismo sovietico, venne pubblicata in italiano, con la traduzione di Pietro Zveteremich. E fu poi Feltrinelli a occuparsi delle traduzioni in tutte le altre lingue. Ovviamente non vi fu nessuna diffusione legale in Urss (si dovette attendere il 1988). Su questo Pasternak aveva le idee chiare sin dal 1948 quando scriveva alla sorella a Oxford: «Pubblicarlo lì da voi mi esporrebbe a conseguenze assolutamente catastrofiche, per non dire fatali. Tenuto conto dello spirito che anima l'opera e degli sviluppi della mia situazione qui in Russia, pubblicare il romanzo è fuori discussione». Solo che nel 1956 in nome della letteratura era ormai pronto a rischiare, anche per le speranze indotte dal nuovo clima creato da Crusciov.

Ma la speranza si sciolse come neve al sole. Il Kgb stava monitorando la situazione già dall'agosto del 1956 e fece scattare l'allarme tra i vertici del Pcus. Da quel momento iniziò la battaglia per impedire la diffusione del Dottor Živago. In Italia venne allertato il Pci. In patria partì la stroncatura preventiva del comitato editoriale di Novy Mir, voce ufficiale della letteratura «patriottica» sovietica. Gli scrittori vicini al regime mandarono a Pasternak ben 26 pagine di lettera-stroncatura. Tra i firmatari anche amici stretti dell'autore, che lo consigliavano caldamente di abbandonare il suo «sermone politico» pieno di «pregiudizi» borghesi contro la Rivoluzione.

Pasternak arrivò a chiedere a Feltrinelli di fermarsi. Fortunatamente l'editore non lo fece. E intanto iniziò anche una sciarada di edizioni pirata, favorite persino dalla Cia. Nel frattempo, in Russia, la posizione di Pasternak peggiorava costantemente. Il 23 ottobre 1958 Pasternak vinse il premio Nobel. Questo impedì a russi di passare a soluzioni drastiche ma non gli evitò la persecuzione. La Pravda lo accusò di essere un borghese reazionario e lo «invitò» a rinunciare al premio. L'Unione degli scrittori annunciò la sua espulsione, la Literaturnaja Gazeta inaugurò una rubrica dedicata a Pasternak: «Collera e indignazione». La casa di Pasternak finì sotto l'assedio di «manifestanti» muniti di striscioni con la scritta «Giuda». Pasternak preferì rinunciare al Nobel (lo riceverà molti anni dopo per lui suo figlio Evgenij). Sotto la pressione di questa cappa si ammalò e la sua già fragile situazione cardiaca peggiorò rapidamente. Morì il 30 maggio 1960. Sui giornali russi comparve solo una notizia di poche righe.

Questa in estrema sintesi la vicenda del grande scrittore che si sacrificò per il suo romanzo. Dietro, un mondo complesso di sentimenti e sofferenze umane. Compreso il difficile mènage à trois tra Pasternak, la seconda moglie Zinaida Nikolaevna Neuhaus e l'amante di Pasternark (che ha ispirato il personaggio di Lara del Dottor Živago), Olga Vsevolodovna Ivinskaya. È in questo terreno che si avventura il romanzo della scrittrice americana Lara Prescott Non siamo mai stati qui (DeA Planeta, pagg. 446, euro 18) che ora arriva anche nelle librerie italiane, e di cui pubblichiamo un brano in questa pagina.

La narrazione si muove su due piani. Da un lato le vicende di una agente americana che cerca di mettere le mani sul romanzo per tradurlo. Dall'altro la vita di Olga Ivinskaya che paga a caro prezzo la sua vicinanza al grande scrittore. Olga e Boris si conobbero nell'ottobre 1946, nella redazione della rivista Novy Mir. Fu un colpo di fulmine immediato. Per mesi i due si diedero appuntamento, quasi ogni giorno, ai piedi della statua di Pukin nella Piazza delle Arti. Il 4 aprile del 1947 Pasternak dichiarò il suo amore. Solo un anno dopo, lo scrittore iniziò a lavorare alle bozze del Dottor Živago. Che non a caso narra delle pene sentimentali di un medico diviso tra il legame con la moglie e l'amore per Lara (ispirata a Olga). Fu proprio sfruttando Olga, Stalin non voleva colpire direttamente Pasternak, che nel 1949 il regime trovò un modo efficace per punire l'intellettuale. Lo colpirono al cuore arrestando la Ivinskaya. Come narra anche il romanzo della Prescott, lei era incinta e, durante uno dei lunghi e feroci interrogatori ai quali fu sottoposta, perse il bambino. Fu poi condannata a cinque anni di lavori forzati nel gulag di Potma. L'esperienza della prigionia è stata documentata dalla Ivinskaya stessa nella sua biografia A Prisoner of Time, pubblicata in Francia nel 1978. Tale era l'amore di Olga per Boris che durante la prima detenzione ne seguirà infatti una seconda nel 1960 dopo la morte dello scrittore la sua preoccupazione maggiore fu che al rientro lo scrittore non la amasse più.

Non andò così, fu lei a battere a macchina buona parte del libro e ad aiutarlo a contattare gli editori stranieri. Del resto Živago, nella forma di Lara l'ha resa immortale. E uno scrittore alla donna amata non può fare un regalo più grande.

Commenti

GPTalamo

Dom, 10/11/2019 - 19:00

Il romanzo non l'ho letto, il film l'ho visto. La parte piu' "istruttiva" per me e' quando Zivago torna nella casa di famiglia, composta di molte stanze, e la vede espropriata e occupata dal popolo. Il messaggio e' che nei regimi comunisti (chiamateli anche M5S, Dem, democrazia proletaria, o quello che volete), la giustizia verso popolo si accompagna all'ingiustizia verso il privato.