Il romanzo-manifesto dei reparti d'assalto

Un libro del 1934 di Mario Carli racconta la nascita dello spirito guerriero

Franco non conosceva la vita. Aveva vissuto troppo esclusivamente in un circolo limitatissimo di ambienti, di persone, di idee, di sensazioni, d'oggetti. Non aveva amato se non ciò che aveva conosciuto. E non aveva conosciuto che cinque o sei cose in tutto: donne di mondo, uomini di mondo, teatri, mobili costosi, vestiti eleganti, automobili, profumi, ghiottonerie. Ecco tutto il suo mondo. Ecco perché adesso s'interessava così morbosamente di tutto ciò che era l'opposto, e che gli apriva degli spiragli su tanti orizzonti nuovi e sterminati.

Si dedicò dunque con energia a immergere le mani nella pasta densa e vitale della realtà. Ogni giorno ne conobbe un aspetto, ne scrutò un profilo, ne sondò una profondità. Le forze della materia gli si rivelavano una a una, con una specie di fretta convulsa, come se una mano febbrile strappasse i veli che finora gliele occultavano.

La durezza, il peso, la violenza, l'elasticità, l'energia dinamica furono per lui altrettante folgori vittoriose che spaccarono lo strato molliccio e sensitivo in cui s'era fino allora dondolato.

Cominciò ad avere una curiosità folle per tutto ciò che conteneva qualcuna di queste qualità. Lo zaino gli parve un piccolo universo buffo, complicato e incasellato, nel quale il corpo umano deponesse i suoi segreti. Le scarpe chiodate avevamo una sagoma scolpita che imponeva l'ammirazione. Con quelle scarpe si poteva marciare alla conquista del mondo. Il fucile gli sembrava una materializzazione dell'odio primitivo dell'uomo, una specie di feticcio di cui l'uomo si serviva per esprimere i propri istinti di violenza.

Tutte le cose utili, gagliarde, tagliate a linee decise, tutte le piccole e grandi cose che obbedivano a una volontà ed erano create ad un fine, lo interessavano, lo appassionavano, lo curvavano in una attenzione minuziosa, analitica. Il meccanismo della vita era un alfabeto nuovo per lui, era un motivo di studio intenso e di pronto assimilamento.

Vide che nel mondo esisteva un'anima cosmica che scorreva in tutte le sagome, vitalizzandole e unificandole. Tutte le cose sono legate fra loro, da una unicità di origine e di scopo. L'origine è la volontà di esistere: lo scopo è l'espressione della forza. Esprimersi con la maggiore intensità valorizzando tutti i propri caratteri, manifestando la maggior quantità di energia: ecco il fine di ogni vita, di ogni fiore e di ogni frutto del mondo. Non è possibile che qualcuno non tenda ad esso: non è possibile che se ne ritragga senza aver fatto tutti gli sforzi per raggiungerlo: coloro che si uccidono, tendono pure a questa espressione di intensità, sostituendo una sintesi veloce a una lunga dispersione in cui non possono o non sanno affermare la propria energia di vivere.

Franco Arbace, ex gaudente, ex intellettuale, ex aristocratico, uomo che non aveva trovato il suo stile nella vita elegante ed inutile, s'iniziò con ardore di neofita alla nuova religione della Realtà.

A contatto di questo nuovo idolo, sentiva che tutto il suo essere si svegliava, che tutte le sue energie si sgranchivano, che l'anima, i nervi, il sangue e il cervello partecipavano con pienezza, compenetrandosi, a questa esperienza.

Un mattino, in piazza d'armi, ebbe la rivelazione, per la prima volta, dopo tante voluttà laceranti, del suo essere fisico. Fu quando un ufficiale diede l'attenti!, ed egli s'irrigidì con elasticità, sentendo che tutte le parti del suo corpo assumevano la posizione ordinata, e che l'armonia perfetta scorreva come un massaggio modellatore dai centri nervosi fino agli ultimi tendini che lo congiungevano alla terra. In quel momento egli sentì il suo corpo, sentì la terra su cui poggiava agilmente, sentì l'atmosfera che gli si plasmava addosso come un fluido afferrante, sentì frescamente la rispondenza di tutto ciò che era lui e attorno a lui, i fili segreti che lo legavano alla creazione. Marciando «coperto» dietro al suo compagno, Franco non aveva per orizzonte che le spalle grigie di costui, sulle quali doveva uniformarsi. La sua energia intellettuale, costretta nella tenaglia di un solo concetto la precisione dei movimenti si modulò metallicamente come un flauto portato in un ambiente più acustico.