Ron Howard ripercorre la sua carriera alla Festa del Cinema di Roma

Il regista si è sbizzarrito tra ricordi d'infanzia, imitazioni e riflessioni, in occasione della visione assieme al pubblico di alcune scene tratte dai suoi film

Ron Howard, a Roma per presentare la sua ultima opera, "Pavarotti", documentario sulla vita del celebre tenore italiano, è stato protagonista di uno degli Incontri Ravvicinati alla Festa del Cinema di Roma.

Per un paio d'ore, aiutato da alcune clip tratte da suoi film e dalle domande postegli dal direttore artistico Antonio Monda e dal giornalista Alberto Crespi, ha ripercorso con il pubblico la sua straordinaria carriera che attraversa sessant’anni di cinema e televisione.

Racconta che fin da bambino è sempre stato un appassionato di cinema e che alle superiori era certo che, nel caso non fosse riuscito a realizzare il sogno di fare il regista, sarebbe diventato giornalista perché da sempre affascinato dal racconto delle storie vere. A questo proposito, ritiene che il suo lavoro da documentarista abbia giovato a quello di regista.

Le prime clip sono prese da "American Graffiti" di George Lucas, film che lo vedeva tra gli interpreti, e dal suo "Splash - Una sirena a Manhattan". Ammette che aver fatto l'attore gli è poi servito per dirigere altri attori e rammenta come all'età di sette anni, quando finalmente sul set presero in considerazione un suo suggerimento e la cosa lo rese felice, abbia scoperto il valore della parola collaborazione.

Poi, da ragazzo, grazie alla visione di film come "Il Laureato", "Indovina chi viene a cena" e il "Romeo e Giulietta" di Zeffirelli inizia a studiare cinema, a sognare e a trascorrere molto più tempo in sala che di fronte alla tv.

Prendendo spunto da "The Paper" del 1996, da noi noto col titolo "Cronisti d'assalto", Howard sostiene che il mestiere di giornalista sia oggi più importante e difficile che in passato e che questo tipo di professionista abbia due scelte: parlare a chi ha la sua stessa opinione o costruire un ponte dialettico e culturale per raggiungere gli altri. Aggiunge che lo stesso vale per chiunque lavori nei media o si proponga di raccontare storie.

Di "A Beautiful Mind", con cui vinse l'Oscar, Howard rivela di averlo girato perché voleva esorcizzare lo stigma della malattia mentale, facendo conoscere in modo diverso quelle che sono anime tormentate che commettono errori perché vedono il mondo a modo loro.

E' poi la volta di ripercorrere aneddoti su grandi glorie della vecchia Hollywood con cui ha avuto modo di lavorare, come John Wayne, Bette Davis e Henry Fonda. Ad accomunarli secondo lui è la grande e impeccabile etica professionale. Di Wayne in particolare ricorda che sul set nacque un rapporto straordinario e poté apprezzare come quello che all'inizio non riteneva un grande attore, aggiungesse alcune pause nella recitazione che davano un ritmo particolare alla battuta, donandole forza, carisma e potenza. Gustosissima poi l'imitazione di Bette Davis in cui il regista si cimenta quando racconta che lei, già settantacinquenne, non tollerava di essere diretta da un venticinquenne come lui e si ostinava a chiamarlo Mr. Howard, finché un giorno, apprezzandone un consiglio, a fine riprese, lo ringraziò chiamandolo Ron e dandogli una pacca sul deretano.

Del film "Rush" del 2013 dice di identificarsi con Niki Lauda e, a chi gli chiede se abbia mai avuto un James Hunt nella sua carriera, risponde di non considerare l'arte come una gara tra concorrenti diretti ma di nutrire ammirazione mista a invidia di fronte a certi film. In quei casi sente ravvivata la motivazione a fare sempre meglio.