Roth l'infermiere della morte. L'eutanasia divide Cannes

In "Chronic" aiuta a curarsi ma anche a morire. Un tema dilaniante. E una recitazione da premio

da Cannes

Coscienzioso, meticoloso, professionale, appassionato quanto discreto, David è un infermiere specializzato nell'assistenza ai malati terminali. Riesce a penetrare nell'intimità fisica ed emozionale dei pazienti che ha in cura, li accompagna nelle attività quotidiane fondamentali, dal lavarsi al mangiare, si occupa di tutto ciò che la malattia infligge al paziente via via che il corpo diventa senza controllo e lo consegna alle umiliazioni quotidiane.

È quella di David un'intimità, di segni, di gesti, di parole, di attenzioni, che a volte provoca nella famiglia dell'assistito un misto fra frustrazione, impotenza e gelosia. Si pensa sempre di conoscere tutto del proprio congiunto, qualsiasi sia il grado di parentela e, fatta eccezione per la parte più squisitamente infermieristica, quanto a calore, a affetto crediamo di non avere rivali, siamo certi, spesso egoisticamente certi, che sia la nostra presenza ciò di cui abbia bisogno.

E invece scopriamo che solo l'arrivo di questo oscuro lavoratore dell'emergenza quotidiana gli ridà se non il sorriso la tranquillità, un accenno di interesse. È come se lui lo intendesse al volo, senza bisogno del nostro continuo interrogarlo: «Hai sete, stai comodo, vuoi che ti alzi il cuscino?». A volte la gelosia arriva a tal punto da decidere di farne a memo, licenziarlo, prenderne un altro. Per il bene del malato, ci diciamo, ma al fondo perché non vogliamo accettare l'idea che lui sia utile e noi, purtroppo, non più.

David lo sa, e quando succede non gliene fa una colpa. La malattia altrui, il dolore e lo sfascio della malattia altrui, ne hanno fatto un depresso cronico: non ha vita privata, un matrimonio fallito alle spalle, la scomparsa di un figlio, un tumore osseo particolarmente crudele a cui egli stesso ha posto termine aiutandolo a morire. È stata l'unica volta che ha praticato l'eutanasia e anche questo è un peso difficile da sopportare. Adesso, un'altra paziente gli chiede la stessa cosa, una volontà di farla finita in cui la disaffezione famigliare, questa volta - le figlie e/o le nipoti che di là da una telefonata per sapere come si sente, non vanno - è l'altro elemento che si aggiunge sul piatto della bilancia alla spietatezza del verdetto medico: ulteriori cure chemioterapiche sono inutili, vista l'invasività del male, però vengono egualmente consigliate. David non vorrebbe, non è quello il suo compito: si può dare la morte per estremo atto d'amore, ma è un'eccezione di cui ci si carica e di cui non ci si libera. Lo sa, lo ha già provato nella sua sfera più intima. Il problema è che, nel frattempo, i suoi pazienti sono divenuti la sua vera famiglia.

Chronic , di Michel Franco, ieri in concorso, fa entrare nel Festival dalla porta principale uno dei temi più presenti e più rimossi del nostro tempo. Tutta la filosofia sulla giovinezza, la vecchiaia, la morte cede il passo di fronte alla nudità della malattia estrema, quando non si è più padroni di se stessi, abitati dal dolore e dall'impotenza e la medicalizzazione della società impone però la cura oltre la cura, la sacralità della vita quasi fosse una punizione. «Si tratta di temi etici importanti» dice Tim Roth, David sullo schermo, un'altra interpretazione che si affianca a quelle di Vincent Lindon e Michael Caine per il premio come migliore attore. «Personalmente sono favorevole all'eutanasia, ma credo che il tema di Chronic sia un altro, dato del resto dal titolo. David ha a che fare con una quotidianità, una cronicità della sofferenza che diventa alla fine una seconda pelle. È un depresso con tendenze suicide come unica possibilità d'uscita».

Già rivelazione a Cannes tre anni fa con Después de Lucia , con cui vinse il premio del miglior film nella sezione Un certain regard , e poi quest'anno miglior film del Panorama della Berlinale con 600 Miles , messicano, 36 anni, Michel Franco ha girato Chronic nel nome della sobrietà. «Non mi interessava sposare una tesi, ho cercato di essere il più realista possibile, focalizzando l'attenzione su quello che è il tema centrale del film: lo stato emozionale dei malati, la depressione, provocata dal dolore, di un infermiere. Se si vuole, c'è dietro un'esperienza personale, che riguarda l'ultimo periodo della vita di mia nonna e il ruolo di sostegno affettivo e professionale di un'infermiera. Ho scoperto che anche per quest'ultima la sua morte è stata un lutto, e che lutto e morte facevano parte integrante della sua vita fino al punto di averla trasformata in una depressa cronica. Ogni nuovo paziente le dava una ragione per ripartire, e però dietro quella ragione c'era la consapevolezza del lutto successivo. Un circolo vizioso, drammatico ed eroico. Il film racconta questo».