Ruffini, paladino della libertà (politica e religiosa)

Uno studio sul grande giurista liberale che mediò nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa

Uomo di straordinaria coerenza etica e politica, Francesco Ruffini (1863-1934) fu uno dei 12 professori universitari - su oltre 1200 - che nel 1931 si rifiutò di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista. Irriducibile liberale (nel 1925 aveva sottoscritto il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce) Ruffini fu un eminente giurista, studioso tra i più grandi della libertà religiosa e dei rapporti fra Stato e Chiesa.

Su questa figura esce ora uno studio di Andrea Frangioni, Francesco Ruffini. Una biografia intellettuale (il Mulino, pagg. 476, euro 36, pref. Roberto Pertici) che ricostruisce la sua tormentata riflessione storica e filosofica sul controverso rapporto tra libertà politica e libertà religiosa. È questo, indubbiamente, uno dei problemi centrali del liberalismo, riassumibile nella seguente domanda: come far convivere la laicità e la sovranità dello Stato con le diverse fedi religiose?

Per quanto riguarda la storia italiana, Ruffini mise in luce come la progressiva democratizzazione dell'assetto politico nato dal Risorgimento avesse comportato, specialmente dagli inizi del '900, con l'immissione delle masse cattoliche nella vita politica, la possibilità che venisse meno la separazione cavouriana fra Stato e Chiesa che fino allora aveva costituito il baluardo fondamentale per la loro rispettiva autonomia. Sebbene Ruffini fosse avverso a ogni forma di clericalismo e a ogni tentativo di prevaricazione ecclesiastica, rilevava però come lo Stato liberale rischiasse di non porsi in modo equilibrato nei confronti del fenomeno religioso, a causa del prevalere al suo interno di tendenze stataliste, volte ad affermare un monopolio giuridico di natura illiberale. Si doveva invece coltivare un equilibrio fra le parti, per non sacrificare le ragioni del buon senso in nome di concezioni astratte. Rifiutava pertanto l'idea che lo Stato fosse l'unico ente di diritto pubblico e pensava alla possibilità che potessero esistere altre realtà giuridiche collettive. Tra queste la Chiesa cattolica, alla quale, in ragione della sua peculiarità storica, andava riconosciuto il diritto di conservare un autonomo ordinamento giuridico. È questo, in sostanza, il senso della sua soluzione liberale che, abbandonato il «confessionalismo» sia laico sia religioso, con le reciproche intromissioni tra Chiesa e Stato, rifiuta l'assimilazione tra Chiese e associazioni private proposta dal separatismo introdotto da Cavour, agendo nella consapevolezza che si devono regolare la Chiesa e le altre organizzazioni religiose, dando «a ciascuno il suo»: garantendo, così, al tempo stesso, la libertà religiosa dei singoli, nel duplice significato di libertà di coscienza individuale e di libertà di culto per tutti.