Rushdie sfida Bollywood (film sulla fatwa incluso)

Esce l'indipendente I figli della mezzanotte, sceneggiato dallo scrittore. Che ora vorrebbe girare una pellicola choc sulla sua condanna a morte

Una scena del film "I figli della mezzanotte"

Roma - «Ciò che di straordinario c'è nelle cose umane è che l'inimmaginabile diventa prima o poi possibile». Sono parole di Salman Rushdie, lo scrittore indiano (ma naturalizzato inglese) che con i suoi romanzi è riuscito più dei suoi colleghi a rendere compatibili magia e realtà, incanto e storia. Ed è proprio da questo binomio indissolubile che nasce il miglior romanzo di Rushdie (I figli della mezzanotte, 1981), vincitore tra l'altro del prestigioso Booker Prize. Un libro ora portato sul grande schermo dalla regista Deepa Metha. Il film è già uscito in India lo scorso anno. «Un successo» dichiara il produttore David Hamilton. La pellicola è uscita in ben 150 sale. Proprio come accadrà il prossimo giovedì da noi: stesso numero di copie. Potrebbe stupire questa nota di euforia di Hamilton se non fosse che I figli della Mezzanotte è comunque il risultato di una produzione indipendente e niente ha a che fare con il gigantismo di Bollywood. Insomma un piccolo progetto, da un piccolo produttore, costato però quasi undici milioni di dollari. «E meno male che in Sri Lanka, dove lo abbiamo girato - ricorda lo stesso Hamilton - i costi di produzione sono inferiori che in India».
Il film, come già il libro più trent'anni fa, offre una sorta di piccola epopea familiare attraverso la quale rivivere alcuni dei passaggi centrali della storia del subcontinente indiano nel XX secolo. I figli della Mezzanotte, infatti, sono quei bambini nati nella prima ora di indipendenza dell'ex colonia britannica. Un gruppo di bambini uniti da un destino comune: essere in qualche modo speciali e «magici». Per due di loro (Shiva e Saleem) c'è anche un effetto romanzesco ulteriore: lo scambio nella culla, con il povero che approfitta del destino del ricco e quest'ultimo che per tutta la vita si sentirà defraudato della sua fortuna. Come ingredienti di ulteriore fascino, la pellicola offre ovviamente una fotografia suggestiva, i costumi tradizionali e una carrellata di immagini che coprono oltre cinquant'anni della vita di un'area vasta che va dal Pakistan all'India, passando per un Bangladesh visibilmente devastato nella sua guerra per l'indipendenza.
Inoltre Deepa Metha, già conosciuta in Europa per la trilogia Fuoco (1996), Terra (1998) e Acqua (2005) dedicati alla condizione femminile nel suo Paese, ha voluto come sceneggiatore lo stesso autore del romanzo. «Figli della mezzanotte è un romanzo iconico nel nostro Paese - spiega la cineasta -, con alle spalle un successo strepitoso. E sapendo che ogni riduzione è comunque un tradimento, ho pensato che l'unico che ne avesse il diritto in questo caso fosse lo stesso Rushdie».
L'autore dei Versi Satanici e la regista Metha avevano paura della censura indiana (che già aveva bloccato per quasi due anni le riprese di Acqua). Nel film, infatti, compare più volte Indira Gandhi in una versione tutt'altro che benevola (tra le altre cose la si descrive schiava dei vaticini astrologici). I loro timori, però si sono rivelati per fortuna infondati. Dalla paura alla certezza, Deepa Metha mette subito le mani avanti: «Non potrei fare un film sui Versi Satanici. Troppo controverso e problematico». O forse troppi problemi connessi all'infausta fatwa che colpì l'autore all'indomani della pubblicazione. Rushdie ora potrebbe tornare sul grande schermo come personaggio, visto che lo stesso scrittore ha annunciato che presto il suo ultimo (e autobiografico) lavoro Jospeh Anton potrebbe essere presto tradotto in un film.