La salutare "Allergia" di Massimo Ferretti per il palinsesto della letteratura italiana

Torna l'opera più significativa di un autore naturalmente fuori dagli schemi

Davide Brullo

Nei sobborghi della letteratura se ne diceva come di un mito. Anche per via di quella vicenda biografica. Me ne disse, prima, Flavio Santi, lettore atletico, sopraffino. Non puoi non leggere Massimo Ferretti. Mi passa un testo. Leggo. «Sono un animale ferito. Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda». La prosa s'intitola Polemica per un'epopea tascabile. Continuo. «Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole... ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell'odio e dell'amore l'ho sepolto nel mare».

M'informo. Massimo Ferretti è, in sostanza, l'autore di un unico libro miliare: allergia (con la «a» minuscola), pubblicato da Garzanti nel 1963. Ferretti, classe 1935, ha vent'anni quando pretende in Pier Paolo Pasolini un maestro. E lo trova. «Sei un mistero davvero appassionante», gli scrive il guru, confermando «l'originalità prepotente» della sua poesia. Poi, su Officina, nel 1956, PPP sancisce la scoperta parlando di un «caso... veramente unico, preistorico... di straordinaria maturità». Di Ferretti si sa poco altro. La pubblicazione, per Feltrinelli, nel 1965, di un romanzo, Il gazzarra, ignorato dalla critica; l'isolamento, la morte, nel 1974, per crisi cardiaca. Mi prese, Ferretti, con quei versi epici, d'argilla («... e disteso sul tetto di lastre rosso,/ il mio corpo senza più cuore/ ha fischiato la vecchia canzone/ di chi è felice d'essere al mondo»).

Il libro capitale, allergia, era sparito dalla circolazione da un paio di decenni. Il critico letterario Massimo Raffaeli lo aveva fatto ripubblicare da Marcos y Marcos nel 1994. Me ne regalò una copia, segnata con la biro rossa, «A Davide, permettiamo ad honorem questa copia un po' troppo vissuta». M'infognai, per la seconda volta, nella vita di Ferretti. Dai tardi Sessanta, sostanzialmente, il poeta nato a Chiaravalle abbandona la poesia: traduce un romanzo di Christine Brooke-Rose, Tra, per Feltrinelli, «poi diversi testi di psicologia e antropologia che usciranno tra il '71 e il '75 dall'Astrolabio di Roma». Ferretti «nel poco tempo libero, guarda le partite di calcio in televisione e gioca a scacchi con l'amico poeta Renato Pedio; senza dirlo a nessuno, inizia un romanzo autobiografico, Trunkful, di cui rimangono solo la traccia e i primi tre capitoli in pulito» (Raffaeli). L'edizione di Allergia allestita ora da Giometti & Antonello (pagg. 188, euro 24), raccoglie, tra i materiali, le lettere di Ferretti a Pasolini e ad Antonio Porta. Ferretti è ragazzo che abita una ferocia aurea, non le manda a dire a Pasolini (in una lettera del 1959, dopo averne accusato la freddezza epistolare: «Allora, sei diventato vecchio o non hai più niente da dirmi? Non offre altre alternative la tua lettera acida in cui hai approfittato del mio dolore per fare il moralista a buon mercato») e quando parla del cugino che «si è ammazzato» reagisce, ferino: «Ne ho passate troppe: sono stufo. So cosa vuol dire decidere di ammazzarsi: ma sento che sparerei prima di spararmi». Gli facevano schifo gli accattoni di applausi, i poeti da palco, i pavoni in versi, quelli che vogliono fare la Storia. «Ho deciso di vivere oltre il fiato/ che mi fu dato per essermi negato», scrisse in quel poemetto di furibonda innocenza, Deoso. Facendosi fuori dal palinsesto della letteratura italiana, fece fuori tutti. Si è salvato.