Salvarsi dai Gulag di Tito? Una letale partita a scacchi

Dario Fertilio

Nell'Arcipelago Gulag di Tito non c'erano solo foibe. Né in mezzo all'Adriatico si trovava l'unica Goli Otok, tristemente famosa isola delle torture. Dal passato della Jugoslavia comunista riemergono nomi meno conosciuti, come Stara Gradiska, Okucani, Gredani. E poi Borovnica, Aidussina, Maribor, Sveti Grgur: una rete repressiva estesa all'intero Paese. In mancanza di un Solgenitsin, per rievocarla bisogna affidarsi a memorie «minori», ma rivelatrici. Come il racconto di Emilio Stassi: Giocando a scacchi nei gulag di Tito (Oltre ed., pagg. 136, euro 15). Il protagonista, ventenne, è una promessa dell'arte scacchistica fiumana, vincitore di vari tornei e privo - pur essendo di nazionalità italiana e figlio di un maresciallo della Milizia fascista - di pregiudizi anti-jugoslavi. Al contrario, inizialmente convinto di vivere un'epoca di «democrazia popolare», e solo col tempo costretto ad accettare l'evidenza. Intrappolato nella Jugoslavia uscita dal Trattato di Pace del 1947, abbandonato dal resto della famiglia che opta per l'Italia, il giovane si convince di poter espatriare attraverso l'Alta Slovenia Occidentale. Le cose vanno diversamente: il treno che lo porta al confine si ferma; alcuni finti compagni di viaggio si alzano, armati, e lo arrestano. Segue la tipica esperienza totalitaria: primo processo senza vero contraddittorio, sentenza d'appello pronunciata in assenza dell'imputato, condanna a venti mesi di lavori forzati in condizioni estreme.

È allora che scopre la realtà dell'Arcipelago titino: imprigionamenti arbitrari in condizioni inumane, lavori manuali al limite delle forze, malattie non curate, suicidi (il più impressionante consiste nell'ingerire sapone fino a morirne, finendo avvolti in «una collina iridescente di bolle»). È qui che il giovane Stassi concepisce un ingegnoso sistema per non impazzire: gioca a scacchi mentalmente con un compagno di prigionia, scambiando con lui la mossa successiva a ogni incrocio delle carriole che trasportano. Qualcosa che ricorda l'allucinatoria Novella degli scacchi di Stefan Zweig: solo che l'ultima partita di Emilio non finirà mai, perché il suo avversario è inghiottito dal gulag. Tuttavia la vicenda è a lieto fine: dopo aver ottenuto la libertà condizionata, Stassi può raggiungere l'Italia. Si lascerà alle spalle la fabbrica della morte jugoslava: 545mila vittime fra il '45 e l'80, oltre un milione se comprendiamo la guerra partigiana.