Un «samizdat» racconta il dramma dell'Ungheria

Rino Cammilleri

Nel giugno del 1957 comparve in Roma un libretto anonimo, piccolo ma corposo, 328 fitte pagine di registrazioni trascritte e foto, che riportavano quel che era accaduto, nel grande e nel piccolo, sette mesi prima in Ungheria. Cioè, la rivolta schiacciata del sangue dai carri armati sovietici. Nessuna indicazione di stampa, a parte un riferimento generico, per ovvi motivi. Solo un'altrettanto anonima copertina con due bande, la rossa e la verde, i colori della bandiera ungherese. Un samizdat in italiano, tradotto da quello d'Oltrecortina perché anche l'Italia era terreno minato. La presenza del più grosso partito comunista d'Occidente costringeva alla prudenza. Ma anche nel resto d'Europa le cose non erano granché diverse. Sarebbe bastato poco a permettere a chi di dovere di risalire agli autori e decretarne la (infelice) sorte. Ecco lo scarno incipit: «Questo volume espone i fatti della Rivoluzione popolare magiara così come sono stati trasmessi giorno per giorno da tutte le stazioni radio ungheresi, centrali e provinciali, ufficiali e non ufficiali, e registrati su nastro da numerose stazioni radio nell'Europa libera».

Ora è stato ristampato (con foto inedite) dalle edizioni Il Cerchio (Anonimi d'Ungheria, Memorie d'Europa. La Rivoluzione Ungherese -23 ottobre/9 novembre 1956, pagg. 280, euro 28). Si comincia dunque con le dimostrazioni studentesche del 23 ottobre e si va avanti fino al 9 novembre, quando tutto finì e la «normalizzazione» sovietica si ridistese come un sudario sul paese dei magiari. Una scansione spesso asettica, dove gli appelli ai fornai si alternano alle intimazioni al coprifuoco, ma che dà la cruda immagine di quel che avvenne e come. Ci sono le parole dei patrioti, ma anche quelle dei traditori, degli oppressori e dei collaborazionisti. E poi l'errore dello sciopero, che diede agli occupanti il tempo per mettere a punto, indisturbati, il loro apparato repressivo. La richiesta di Radio Miskolc Libera di un intervento dell'Onu, richiesta che il governo Nagy non avanzò mai -anche se Mosca lo definiva «il cervello centrale della cospirazione antisovietica». Cospirazione, complotto, piano? Magari, dice l'anonimo prefatore. Un progetto preordinato non avrebbe certo permesso a un pugno di doppiogiochisti di portare avanti il loro di piano. Il complotto fascista e imperialista esisteva solo nella mente dei propagandisti rossi e dei loro reggicoda occidentali. Com'è noto, non tutti erano, tuttavia, trinariciuti e il Pci conobbe forse la peggiore crisi della sua storia, con migliaia di tessere stracciate e fior di intellettuali che sbattevano la porta. Il cosiddetto mondo libero, tanto per cambiare, fu distratto dal petrolio, la crisi di Suez fu giudicata più importante. Francia e Gran Bretagna inviarono truppe, sì, ma in Egitto, e alla faccia dell'Onu.

L'Ungheria? Pazienza, un'altra Corea non era cosa. Agli studenti ungheresi non rimase che mettere a frutto l'addestramento premilitare alla guerra partigiana in cui il regime li aveva obbligatoriamente istruiti. E furono bombe Molotov. Che prendevano nome dal ministro russo dell'accordo coi nazisti. Ora usate contro i russi. La storia ha a volte un grande (e macabro) senso dell'humour.