A sangue gelido. La cronaca (romanzesca) del processo del secolo

Ecco il capofila della non-fiction: dieci anni prima di Capote, il racconto-verità di un folle omicidio

Il «vero» A sangue freddo non fu pubblicato nel 1966, ma dieci anni prima. Il primo esempio di non-fiction - quel genere di letteratura che coniuga la cronaca reale di fatti alla narrativa romanzesca - non è nata, come si è sempre pensato, con il capolavoro di Truman Capote, ma con Compultion di Meyer Levin (1905-81), del 1956, apparso in Italia col titolo Gli ossessi da Mursia nel 1959 e ora pubblicato in una nuova traduzione di Gianni Pannofino da Adelphi (pagg. 580, euro 28).

Capote, infatti, quando pubblicò il suo libro-inchiesta sullo sterminio di una famiglia di agricoltori da parte di due psicopatici nel Middle West americano, a Holcomb, Kansas, scosse l'intero sistema letterario americano, suscitando polemiche anche furiose. Meyer Levin, invece, vive soltanto oggi una riscoperta come vero fondatore del genere, ma all'epoca della pubblicazione non fece particolarmente rumore forse perché non era in «presa diretta», come A sangue freddo pubblicato pochi mesi dopo il fatto, ma riprendeva un caso che aveva coinvolto l'intera America, ma che in troppi volevano far dimenticare: il primo caso di violenza a sangue... gelido, da parte di due giovani rampolli di famiglie milionarie di ebrei residenti nella Chicago bene, nella parte residenziale affacciata sul Lago Michigan, quella per intenderci dove oggi risiede Barack Obama.

I due colpevoli erano gli studenti Nathan Leopold e Richard Loeb, il primo 19 e il secondo 18 anni, che nel 1924 rapirono e uccisero un ragazzino di 14 anni, Robert Franks, figlio di un'altra famiglia non meno facoltosa, per «provare il piacere della voluttuosità dell'omicidio» e per stabilire la superiorità della razza dell'essere umano più elevato ispirandosi al «superuomo» di Nietzsche. Inoltre erano mossi dall'idea che, proprio perché «superuomini così superiori al gregge» non potevano essere soggetto alle «leggi comuni» e potevano ideare un «delitto perfetto». Per più di un anno studiarono tutti i particolari. A raccontarlo è lo stesso Meyer Levin che allora era compagno di studi dei due rampolli e giovane giornalista per il Chicago Daily News. I due assassini, mossi dalla «voluttà dell'esperienza» omicida, volevano chiedere 10mila dollari di riscatto alla famiglia, niente considerando le ingenti fortune della famiglia del rapito, per allontanare il dubbio che fosse una questione legata ai soldi. Andò tutto secondo i loro piani «inconsci»: lasciarono indizi che portavano direttamente a loro. Non riuscirono a mantenere in vita l'ostaggio, ma lo uccisero, attesero la morte per violentarlo, lo gettarono nel canale di una palude dove erano soliti andare a caccia, ma Loeb perse i suoi occhiali; la jeep che avevano noleggiato la ripulirono sotto casa propria, con molti testimoni, per poi consegnarla all'autonoleggio con il tappetino intriso di sangue.

L'autore, che usa per tutti, lui compreso, degli pseudonimi, segue le regole più riuscite dell'harboiled, il genere giallo americano più violento, ma lo coniuga alla rigorosa ricostruzione dei fatti come giornalista che contribuì non poco a risolvere il caso. Non si racconta mai, come se fossero due mondi lontanissimi tra loro, che la Chicago degli anni Venti era quella che, grazie alla Legge del Proibizionismo promulgata nel 1920 (e terminata 13 anni dopo), aveva attirato tutti i criminali d'America: su tutti spadroneggiava il «pericolo pubblico numero uno» John Dillinger, e poi Al Capone.

Dopo mesi di interrogatori tutto portava ai due assassini, ma sembrava impossibile che quei due rampolli c'entrassero qualcosa in quel crimine che riempiva da settimane le pagine dei quotidiani, un delitto definito «da degenerati» (per non usare la parola omosessuali). Alla fine furono arrestati e quello che iniziò fu definito «il processo del secolo». Levin fa capire la modernità di quell'omicidio e quel processo perché fu il primo esempio di crimine mediatico, tra i flash dei reporter, inviati dei giornali di tutti gli Stati che per mesi seguirono le indagini, tenendo viva l'opinione pubblica che per la prima volta poteva avere un peso rilevante sull'esito del processo. Per questo l'avvocato dei due, celebre per aver fatto prosciogliere i peggiori gangster, venne ingaggiato per un milione di dollari. Bisognava evitare la sedia elettrica, ma soprattutto che non votasse la giuria popolare, che poteva essere influenzata dai media. Riuscì a ottenere entrambi gli scopi. I due studenti furono condannati a un ergastolo e 99 anni di prigione ciascuno (per evitare futuri sconti di pena o «libertà condizionate»). L'autore è eccezionale nel raccontare tutte le fasi del processo, solitamente noiose da leggere, e invece serratissime in questa storia dai mille risvolti di vera e propria introspezione psicologica e dalle mille sfumature (forse troppe, in alcune pagine superflue, almeno un centinaio). Incarcerati alla Joliet Prison, Leopold e Loeb usarono la loro istruzione per insegnare in una scuola per detenuti. Nel 1936 Loeb fu attaccato dal suo compagno di cella, James Day, che lo ferì brutalmente con un rasoio a serramanico morendo in seguito per le ferite: Day sostenne di essersi difeso da un assalto sessuale, affermazione che le indagini avvalorarono, stabilendo che si era trattata di legittima difesa. Andò meglio a Nathan Leopold, che nel 1958, dopo 33 anni di carcere, fu rilasciato sulla parola. Tornato in libertà si trasferì a Porto Rico, lontano dall'attenzione dei media, dove morì nel 1971, a 66 anni, per un attacco di cuore.

La storia di Leopold e Loeb ispirò Alfred Hitchcock per il suo film, del 1948, Nodo alla gola.